La didascalia della vignetta di Ellekappa era caustica: “Pci: nuovi attacchi di Lucio Magri. Solo che, in quei giorni di turbinosi congressi, all’inizio degli anni ottanta, per illustrare la battuta erano raffigurati un paio di sci. Non gli attacchi politici, dunque, ma quelli degli scarponi, intesi come simbolo di sospetta mondanità vacanziera, illustravano bene un certa diffidenza contro l’aura di eresia che nel cuore dell’apparato comunista aveva accompagnato tutta la vita del leader comunista e co-fondatore de Il Manifesto.

Quel sarcasmo era il retaggio di una diffidenza che spesso si sposava con l’ammirazione, e che subito dopo confliggeva con lei, senza possibilità di mezze vie: amato e odiato, ma sempre al centro della scena, alla sinistra della sinistra. Un uomo, tante vite, un filo di coerenza apparentemente irregolare ma rigorosamente geometrico che faceva da spina dorsale a una biografia tanto ricca quanto complessa: alla sinistra della Dc negli anni Cinquanta, poi alla sinistra del Pci negli anni Sessanta (fino alla radiazione collettiva con gruppo de Il Manifesto nel 1969), poi alla destra dell’ultrasinistra con il Pdup, e poi di nuovo alla sinistra del Pci grazie alla ricomposizione della diaspora (evento inedito nella storia comunista) caparbiamente voluta insieme a Berlinguer nel 1984, poi a sinistra del Pds, per poco nei primi anni Novanta, poi alla destra di Rifondazione nel 1995 quando nasce il governo Dini. Anche qui un ricorso: lui che aveva drammaticamente rotto con il gruppo de Il Manifesto nel 1979 sul nodo della sinistra di governo, si ricongiungeva con il suo giornale-famiglia, 16 anni dopo, sempre sul nodo del governo. In contrasto con Fausto Bertinotti che voleva far cadere Prodi, lui diventava il padre nobile della scissione dei Comunisti unitari che piangevano in aula – come fece Marida Bolognesi – per far nascere il governo Dini. “Baciare il rospo”, titoló il Manifesto, e quel giorno Lucio, con il suo impasto dolente di pessimismo e volontà disse: “É bellissimo”.

Eppure se volevano insultare Magri, nella caserma austera di Botteghe Oscure, in quegli anni di serrata battaglia politica fra destra e sinistra, per un ventennio, gli dicevano: “Abbronzato!”. Perché é vero: Magri era bello, molto bello, con il ciuffo corvino poi imbiancato, prima dall’argento, poi da una neve precoce. Aveva gli occhi azzurri che tendevano al blu, un viso regolare che a molti ricordava quello di Gary Cooper, Lucio aveva fama di grande seduttore, aveva avuto una storia d’amore con Marta Marzotto che aveva suscitato scandalo fra i puritani del politicamente corretto, e – é vero – spesso era anche abbronzato. Ma era soprattutto un intellettuale rigoroso, ideologico nel senso utile del termine, un dirigente politico forgiato nella generazione dei grandi carismi, approdato al comunismo venendo dalla Dc nei primi anni Cinquanta, traghettato verso una vocazione rivoluzionaria dalla febbre della rivoluzione possibile indicata da Lenin, attraverso quel pastore di cattolici comunisti che era il futuro padre del compromesso storico, Franco Rodano. Lucio Magri é morto due giorni fa, da suicida assisitito, in Svizzera, per scelta volontaria. É morto dopo aver provato due volte a togliersi la vita, é morto senza conversioni in punto di morte, in modo opposto al suo grande rivale (anche in amore) Renato Guttuso che scrisse contro di lui una preghiera per Marta Marzotto che iniziava con “Ave Martina” e finiva con un perfido “E liberaci dal Magri amen”. Era anche questa la sinistra del Novecento, un impasto di ideologia e passioni sentimentali.

Magri é morto con un gesto dissacrante e dirompente da grande laico, con un gesto privatissimo, custodito nel cuore protetto di una comunità di amici e compagni frequentata per una vita: Valentino Parlato, Rossana Rossanda, Famiano Crucianelli, e poi Luciana Castellina. Anche Luciana era stata sua compagna prima di essergli amica, nel tempo in cui chi l’aveva vista passeggiare – bellissima – insieme a Jane Fonda nei corridoi del quotidiano di via Tomacelli, si era convinto che anche quella epifania potesse essere una incarnazione delle speranze del Sessantotto. Sull’anno indimenticabile Magri aveva scritto un libricino per le Edizioni De Donato, quelle in brossura arancione, Considerazioni sui fatti di maggio, che sarebbe stato il suo personale manifesto di adesione alla scuola di Francoforte, fra Marcuse e Adorno. Ma Magri non era un orecchiante di provincia, era un intellettuale di sinistra che respirava il fermento europeo, e fra le cose di cui andava orgoglioso c’era l’aver scritto per Tempi moderni, sotto la committenza di Jean Paul Sartre.

Lucio è morto con un suicidio privatissimo, custodito fino all’ultimo come un segreto, morto con disposizioni testamentarie rigorose e sobrie, niente funerale pubblico, solo una cerimonia familiare a Recanati, e gli amici più stretti convocati a casa per attendere insieme la notizia definitiva, con un rito privato che oggi suscita polemiche ridicole e giudizi moralistici bigotti. Comunque vada, e qualsiasi cosa si pensi, é morto con un gesto che ci interroga e riscrive un frammento dei nostro costume.

Ecco perché questa scelta privatissima, al pari di quella impulsiva e ribelle di Mario Monicelli, giá oggi dispiega la sua forza politica, il suo impatto dirompente su un’opinione pubblica attardata e cloroformizzata in medioevali dispute sul fine vita, nel cuore esangue di una sinistra che fatica a confrontarsi con l’idea della morte. Una idea oggi ridotta a puntello di piccole identità ideologiche nella contesa politicista fra i cosiddetti laici e i cosiddetti cattolici.

Un’idea che il gesto di Magri rimette improvvisamente in discussione. L’elettrochoc di questo suicidio é un effetto che certo Lucio non aveva come obiettivo primario, impegnato come era a combattere contro la depressione che lo aveva investito dopo la morte della sua amatissima moglie Mara, la donna che – come ha raccontato in uno struggente pezzo su La Repubblica Simonetta Fiori – era il suo cordone ombelicale con il mondo. Ma era sicuramente una conseguenza che aveva previsto. Lucio Magri veniva combattuto – anche politicamente – con lo stereotipo del radicalchicchismo, evocato anche ieri con una punta di veleno da Fabrizio Rondolino, ma raccontato con i canoni di oggi sembrava un campione di sobrietà. Lo inseguiva una boutade intelligentemente velenosa della Marzotto: “Si sentiva in dovere di andare a letto con chiunque: era bello, intelligentissimo e infelice. Forse perché ce l’aveva con il mondo. Rimproverava al mondo intero il suo sogno di essere al fianco di Che Guevara”.

Ma il Magri che ho conosciuto io non aveva traccia di questo velleitarismo: era burbero, scrupoloso, appassionato, e piombava nelle riunioni di Cominform, un giornalino della sinistra antimassimalista finanziato dai comunisti unitari per fare le sue analisi: “Cerchiamo di leggere la fase in cui ci troviamo, altrimenti non si capisce nulla”. Era inseguito da questa fama libertina, ma faceva le notti in bianco per divorare i saggi di Hobsbawn, esigendo altrettanta celeritá: “Avete letto Gente che lavora? “. Il Manifesto fu il giornale à la page di una generazione, ed era anche – si direbbe oggi – un modello di casting: Pintor la fantasia, la Rossanda il cuore, la Castellina il senso dell’avventura, Parlato il pragmatismo istrionico e lui l’ideologia.

In politica la sinistra radicale mancó un quorum nel 1972 incontrando il sarcasmo di Pajetta: “Hanno sommato tre partiti per fare un prefisso telefonico”. Ma nel 1979 il Pdup centró il quorum con l’ 1,5 e chi c’era ricorda: “Quella sera Lucio Pianse”. Anche negli ultimi anni lo potevi incontrare alla Camera con la sua divisa di sempre, jeans e sigaretta perennemente incollata alla dita. E poi sì, la giacca. Diceva di sé di essere “un archivio vivente in soffitta”, ha scritto un libro bellissimo, Il sarto di Hulm che racconta la sua battaglia politica lunga una vita, in cui Magri spiega che Mara gli aveva chiesto di finirla prima di morire. Quel sarto secondo Brecht si era schiantato al suolo cercando di volare. Da domani – di certo – andrà a ruba. L’ultima volta l’ho visto a Montecitorio il giorno della fiducia a Monti. Come va? Gli ho chiesto: “Malissimo, grazie”. Lui era fatto così.

Il Fatto Quotidiano, 30 novembre 2011