Se si guardano i presidenti del Consiglio degli anni di maggior picco nella formazione del debito pubblico italiano, i responsabili della situazione hanno il nome e cognome degli uomini della nomenklatura democristiana, e poi socialista, che ha retto il paese per circa cinquant’anni. E che il debito pubblico abbia radici clientelari e truffaldine è indubbio. Ma la dilatazione dei debiti è stata anche una precisa scelta delle politiche compiute in Europa negli ultimi dieci-quindici anni che hanno visto l’applicazione di politiche neoliberiste basate su ipotesi di riduzione della pressione fiscale con la diminuzione delle tasse verso gli strati più alti della società o verso le società private.

La spesa sociale in rapporto al Pil, infatti, in Italia è in linea con le entrate fiscali tra il 1980 e il 1990 e poi addirittura si riduce. Se nel 1960 la spesa per sanità era il 10,5 del Pil nel 1994 sale al 10,7, cioè resta ferma. La spesa per Istruzione scende dal 10,9 al 9 per cento mentre la famigerata spesa pensionistica passa dal 32,9 per cento del 1960 al 33,6 per cento del ’94. Se si fa la somma dalle manovra varate dal governo Amato del 1992 in poi, si supera la soglia dei 500 miliardi di euro. Di tagli e “sacrifici”.

Contestualmente, abbiamo assistito a una miriade di finanziamenti a pioggia, di incentivi, defiscalizzazioni che Marco Cobianchi nel saggio “Mani bucate” (Chiarelettere, 2011) ha stimato in 30-40 miliardi l’anno. Altro che spesa per le pensioni o per lo stato sociale.

Poi la politica fiscale. Secondo i dati Eurostat, dal 2000 al 2010 la pressione fiscale dell’Europa a 27 è passata dal 44,7 al 37,1 per cento con una riduzione del 7,6 per cento. Le imposte sui redditi delle società sono passate dal 31,9 al 23,2 con una riduzione dell’8,7 per cento. Se la pressione complessiva in Italia è rimasta più o meno stabile, riducendosi solo dello 0,3 per cento in dieci anni – e, comunque, destinata ad aumentare per effetto delle manovre economiche dell’ultimo governo Berlusconi – quella sui redditi delle società è passata dal 41,3 per cento al 31,4 con una riduzione del 9,9 per cento.

E’ giusto quindi chiedere l’annullamento della parte illegittima del debito, cioè quello realizzato per sostenere i profitti, per garantire la speculazione delle grandi banche e per sorreggere un’economia capitalistica in crisi di sbocchi, e quindi di margini di profitto, e bisognosa di una bolla finanziaria in grado di garantire l’attività. Come è giusto contestare la legittimità di un debito contratto per applicare politiche sociali ingiuste, in violazione dei diritti economici, sociali, culturali e civili dei popoli. E’ quanto ha sostenuto per anni il Comitato per l’annullamento del debito del terzo mondo (Cadtm) che ormai si occupa dei debiti del “nord del mondo” e le cui idee sono state pubblicate nel volume “Debitocrazia” in uscita con Alegre.

Dai dati della Banca d’Italia risulta chiaro che il 39.2% del debito pubblico italiano è nelle mani di investitori stranieri, questa percentuale sale al 46.2 se si considerano solo i detentori di titoli di Stato. Ancora nel 1991 i detentori domestici erano pari al 94%. Le famiglie, imprese e altri settori controllano appena un quarto del debito. Il debito, dunque, rappresenta la stratificazione delle politiche economiche fin qui adottate.

Quando si discute dell’intangibilità del diritto dei creditori non si può non tener conto del loro profilo (e andrebbe istituto un albo dei detentori di titoli per supportare l’audit). Un Audit è stato realizzato con successo in Ecuador, che è ovviamente un paese molto più piccolo e semplice dell’Italia ma che costituisce un riferimento possibile per un metodo di lavoro. L’Audit, da realizzare con la partecipazione di associazioni, cittadini, comitati, ecc. serve a radiografare quella cronistoria di cui parlavamo all’inizio, definire responsabilità e indicare vie di uscita possibili (annullamento parziale, rinegoziazione, congelamento interessi, etc.). Certo, non è una soluzione definitiva ma può prevedere soluzioni: controllo sul credito, ruolo pubblico della banca centrale, istituzione di una vera patrimoniale, etc.

Un appello per un Audit pubblico è stato lanciato in Francia da una serie di forze sociali e intellettuali (www.audit-citoyen.org pubblicato in italiano su www.rivoltaildebito.org) e ha già superato le 40 mila adesioni. Tra i promotori forze sindacali come la Cgt, l’Union syndacal Solidaires, Attac, il Cadtm, economisti come François Chesnais e Michel Husson, filosofi come Etienne Balibar, altermondialisti come Susan George. In Italia hanno già aderito personalità come Gianni Vattimo e Massimo Carlotto. Potrebbe diventare un tema di stringente attualità.