Se ce ne fosse stato ancora bisogno, buona parte dell’establishment giornalistico italiano ha dimostrato fino all’ultimo e oltre ogni ragionevole dubbio il morboso rapporto simbiotico che continua tuttora ad avvincerlo, dopo questi interminabili 17 anni, al presidente “mediatico”.

Mentre in questi due giorni che chiudono l’epopea berlusconiana “una feccia risalita dal pozzo ha dato il peggio di sé “, come ha scritto Peter Gomez citando Indro Montanelli per stigmatizzare le reazioni pecorecce di una nutrita schiera di ministri e cariche istituzionali, “i grandi nomi” del giornalismo italiano hanno messo all’indice le reazioni democratiche di migliaia di cittadini.

Oggetto delle intemerate e delle reprimende non sono stati i medi alzati, le corna o i vaffa rivolti a chi ha pacificamente festeggiato la fine dei peggiori anni della sua vita, da parte dei vari Umberto Bossi, Paolo Romani, Maurizio Sacconi, Roberto Formigoni, ma i cori spontanei e l’esultanza di una folla sempre più numerosa che da piazza Montecitorio si è spostata al Quirinale e a palazzo Grazioli.

E a festeggiare fino a notte inoltrata è stato tutto il centro storico di Roma e oltre, le piazze antistanti le sedi istutuzionali, in cui il dimissionario per generosità e senso dello Statosi è recato blindato nell’auto blu, entrando defilato dalle entrate secondarie, e i luoghi abituali di incontro giovanile come Campo dei Fiori, che alle 21.43 di sabato è esplosa in un grido liberatorio.

Sulle prime pagine di molti, troppi giornali, nelle maratone televisive, in cui si è segnalato da subito, come per un irresistibile “richiamo della foresta” Enrico Mentana , c’è stato  “l’imbarazzo” o il fastidio di dover dar conto “per dovere di cronaca” della presenza dei contestatori che gridavano, pensate un po’, “buffone, buffone” o tiravano nel vuoto qualche monetina.

E la riprovazione per le atmosfere del tutto impropriamente accostate alla cupa indignazione per la mancata autorizzazione a procedere per Craxi nel ’92 o al finale  de Il Caimano è stata costantemente accompagnata con la benevola attenzione dedicata alle decine di sostenitori del premier davanti a palazzo Grazioli.

Ma rispetto alla diretta delle dimissioni, Enrico Mentana, con il valido supporto di Aldo Cazzullo che ha scritto parole di fuoco riguardo alle “intemperanze” dei manifestanti, si è superato nella “serata-evento” di Videocracy che è coincisa con il videomessaggio dell’uscita di scena, variazione sul tema di quello della “discesa in campo”. Non ha esitato a definirlo “cosa straordinaria”, anche se forse era più logico sottolineare l’inopportunità di una simile trovata da parte del dimissionario, nell’esatto momento in cui Monti comunicava di aver accettato l’incarico, all’unico scopo di rubargli la scena. Poi, speriamo con un’ironia che non siamo stati in grado di cogliere, si è rivolto ad Aldo Cazzullo e Massimo Giannini dopo aver  mostrato il video della discesa in campo nel ’94, di cui quello odierno è un piatto remake con il pathos del momento, definendoli a loro insaputa, “ammirati” per “la sapienza tecnica e l’assertività” del messaggio.

A queste singolari definizioni dell’ennesima, e speriamo, finale incursione propagandistica di un imbonitore mediatico ex premier, Enrico Mentana ha aggiunto la “violenza” delle manifestazioni di ieri, lo “sfinimento” del popolo della sinistra nonché la “bellicosità” della scena finale del Caimano, che fortunatamente non ci azzecca proprio con il diffuso senso di liberazione di questi giorni.

Invece che domandarsi come sia potuto accadere che un paese per diciassette anni rimanesse prigioniero di un cattivo incantesimo e magari chiedersi se, per caso, qualche responsabilità non ricada anche su chi ha il dovere di informare, come recita l’art. 21 della Costituzione, si continua ancora a guardare la realtà come una fiction, magari di Canale 5. Evidentemente i più allergici al vaccino di cui parlava Montanelli e agli anticorpi che auspicava Paolo Sylos Labini per liberarsi di Berlusconi, sono spesso quelli che dovrebbero contribuire a produrli.