La discarica romana di Malagrotta

Per la piccola comunità di Corcolle, zona agricola a est di Roma, la scelta del prefetto Giuseppe Pecoraro è arrivata come un vero e proprio fulmine a ciel sereno. Meno di un chilometro divide questo angolo di campagna romana, dominata da colline e paesaggi mozzafiato, da villa Adriana, gioiello tutelato dall’Unesco. Nessuno poteva nemmeno immaginare che le 4.000 tonnellate di rifiuti prodotti dall’area metropolitana potessero in qualche maniera finire qui, a riempire una vecchia cava di pozzolana, creando il clone del mostro Malagrotta.

In realtà qualcuno una mezza idea l’aveva. Forse un intuito da imprenditore esperto e con i giusti contatti, forse il caso, o, come si dice a Roma, qualcuno c’ha provato, azzeccando il momento giusto. Luglio 2011, quando la notizia del commissariamento della dismissione di Malagrotta ancora non era stata divulgata: davanti a un notaio di Tivoli un gruppo di imprenditori sostanzialmente sconosciuti firma il contratto di affitto su un’area di ventiquattro ettari della campagna di Corcolle – come anticipato da Il sole 24 ore Roma, includendo quella buca dell’ex cava di pozzolana. Destinazione d’uso? Discarica, senza specificare per quale tipo di materiali.

La società che ha preso in affitto quell’area poi indicata, l’11 ottobre scorso, dal prefetto di Roma come nuovo sito per i rifiuti della capitale è la Ecologia Corcolle srl, costituitasi qualche giorno prima della firma del contratto di locazione. La proprietà è divisa tra Giuseppe “Emiro” Piccioni, gestore del locale Castello di Corcolle – marito di una delle rappresentanti legali della fiduciaria svizzera proprietaria dell’area – e i due fratelli Alessandro e Nicoletta Botticelli, ventenni di Albano Laziale.

La famiglia Botticelli il settore dei rifiuti lo conosce bene, con una particolare predilezione per le cave dismesse. Attraverso un complesso sistema di società che fanno riferimento ai due fratelli e alla madre Maria Teresa Simari, i Botticelli avevano avviato un progetto di “recupero ambientale” dell’ex cava di basalto di Lanuvio, piccolo centro dei Castelli Romani. Un’attività poi fermata dalla polizia provinciale, che il 27 settembre del 2010 ha posto sotto sequestro l’area, contestando la “attività di gestione di rifiuti non autorizzata”. Qualche giorno prima la provincia di Roma aveva notificato l’ordine di sospendere le attività, contestando la validità delle fideiussioni presentate. Nonostante questo – spiega la polizia provinciale – lo scarico dei rifiuti nell’ex cava di basalto di Lanuvio era proseguita, con l’arrivo di due Tir da una cartiera della provincia di Lucca. Ora il fascicolo è al vaglio della Procura di Velletri, che sta indagando sulla vicenda.

Tornando indietro di qualche anno, una delle società che fanno riferimento alla famiglia Botticelli – la Asea – si era interessata anche della gestione della cava di Fondi, in località Le Molelle. Della vicenda si occupò la Direzione distrettuale antimafia di Roma, durante le indagini “Damasco”, che portarono a diversi arresti per usura, confermati recentemente dal Tribunale di Latina. La cava di Fondi era gestita nel gennaio del 2008 dai fratelli Di Meola, cugini del vice sindaco di Fondi Giulio Di Manno. Interrogati dai carabinieri di Latina, i fratelli Di Meola confermarono la presenza della Asea gestita da un “tale Claudio”. Secondo uno dei proprietari della cava di Fondi, Claudio Di Meola, la zona gestita da quella società era stata sequestrata dalla Forestale di Latina.

L’esperienza fondana della famiglia Botticelli non si ferma però alla cava. Grazie ai cugini del vice sindaco di quella giunta che il ministro dell’Interno Roberto Maroni tentò di sciogliere per infiltrazione mafiosa, il “tale Claudio” – che in realtà è il padre dei due ventenni soci della Ecologia Corcolle – conosce Massimo Anastasio Di Fazio, detto “Peticone”, che in quei mesi annunciava con un comunicato stampa un accordo per l’esportazione di rifiuti in Liberia, per la cifra di oltre 170 milioni di euro. Di quella vicenda è rimasta alle cronache una foto memorabile, che ritrae buona parte della famiglia Botticelli – si riconosce il “tale Claudio” e la figlia Nicoletta, firmataria del contratto di affitto della futura discarica di Corcolle – Massimo Anastasio Di Fazio, l’allora sindaco di Fondi Luigi Parisella – politico del Pdl della provincia di Latina, strettamente legato al senatore Claudio Fazzone – e la delegazione liberiana. Quando i carabinieri arrestarono per usura “Peticone”, il sindaco Parisella negò il suo coinvolgimento nell’accordo, spiegando la foto come un semplice ricordo.

Dopo l’esperienza fondana i Botticelli hanno puntato sulla provincia di Roma. Alla fine del 2008 si sono presentati a Lanuvio, come partner della società Stradaioli, proprietaria dell’ex cava di basalto. Su pressione del consiglio comunale, il sindaco Umberto Leoni chiese informazioni alla Prefettura di Roma, per capire se si poteva fidare della società che stava proponendo il delicato recupero ambientale dell’ex cava. La risposta arrivò più di un anno dopo, quando ormai la concessione era stata firmata ed era divenuta operativa. Il Prefetto di Roma in sostanza si limitò a inviare una copia del certificato antimafia negativo dell’Asea, non entrando nel merito della vicenda. Dopo meno di un mese è arrivato il sequestro dell’area.

Risulta difficile oggi poter rintracciare i protagonisti della vicenda. Gli uffici della cava a Lanuvio e la sede operativa dell’Asea ad Aprilia sono in stato di abbandono. Il socio di Corcolle della famiglia Botticelli, Giuseppe Piccioni, raggiunto telefonicamente da ilfattoquotidiano.it, ha negato di conoscere questi imprenditori e si è rifiutato di commentare la notizia. Intanto da un anno le due società che si sono occupate delle cave di Fondi e di Lanuvio – la Asea srl e il Gruppo Asea srl, riconducibili ai Botticelli – hanno trasferito la loro sede legale in provincia di Treviso.

di Andrea Palladino