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di Emiliano Liuzzi | Bologna | 26 ottobre 2011

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Era il 1974, l’inizio di una stagione orribile

Il 1974 fu per molti l’annus horribilis. Enrico Berlinguer aveva da poco teso la mano alla Dc nel tentativo di avviare il compromesso storico. L’avvicinamento al partito dei cattolici venne lanciato con quattro articoli, usciti sulla rivista Rinascita, in seguito al golpe cileno dell’11 settembre 1973. Con il colpo di Stato le forze reazionarie avevano rovesciato, sotto l’egida degli Stati Uniti, il governo del socialista Salvador Allende.

Il documentario 4 agosto ’74. Italicus, la strage dimenticata di Alessandro Quadretti e Domenico Guzzo propone, sul compromesso, la lettura di Claudio Santini, che fu uno dei cronisti al processo sul treno preso di mira dallo stragismo nero.

Per Santini l’avvicinamento tra il più importante partito comunista del patto Atlantico e la Democrazia cristiana ha un suo importante prodromo nel dicembre del ’65, quando il sindaco di Bologna Giuseppe Dozza andò ad accogliere alla stazione il cardinale Giacomo Lercaro di ritorno dal Concilio Vaticano II. Quel gesto segnò una svolta nella politica cittadina e nelle relazioni tra l’amministrazione comunale e la Chiesa, tant’è che l’anno successivo il consiglio comunale conferì al cardinale la cittadinanza onoraria.

L’eurocomunismo di Berlinguer, che intendeva marcare progressivamente le distanze dal Pcus, rappresentò quella realpolitik tanto osteggiata dalle istanze dell’ala sinistra del Pci, quanto apprezzata dall’anima più progressista della Dc: Aldo Moro e Benigno Zaccagnini furono gli interlocutori di spicco del partito comunista.

Mancò l’avvallo dell’ala destra del partito di Don Sturzo, rappresentata da Giulio Andreotti e soprattutto degli Usa.

Il senatore Sergio Flamigni, membro delle Commissioni parlamentari d’inchiesta Moro, P2 e Antimafia racconta, nel documentario di Quadretti e Guzzo, il viaggio negli Usa, dal 25 al 29 settembre 1974, di Aldo Moro (che di lì a poco sarebbe diventato presidente del Consiglio per la seconda volta) e del presidente della Repubblica Giovanni Leone.

Moro e Leone arrivarono negli States appena un mese e mezzo dopo le dimissioni (9 agosto) di Richard Nixon, rassegnate per anticipare l’imminente impeachment, seguito allo scandalo Watergate.

Flamigni ricorda la testimonianza del giornalista Vittorio Gorresio che partì al seguito dei presidenti, inviato da La Stampa. Nella sua cronaca raccontò di una convocazione speciale per persuadere Leone e Moro a rimettersi in riga e riorientare un’Italia che stava slittando troppo a sinistra, per gli alleati a stelle e strisce. Nel corso di un ricevimento all’ambasciata italiana a Washington, Henry Kissinger diffidò Moro dal proseguire nella sua politica di compromesso che considerava “un elemento fortemente negativo”.

La società, nel ’74, è stata sconvolta da grandi rivolgimenti, come quello causato dal referendum sul divorzio del 12-13 maggio. Pochi mesi prima, in febbraio, nasceva Ordine nero, costola terrorista segreta di Ordine nuovo. Molti esponenti della neonata associazione segreta avevano rapporti con il Sid, il servizio informazioni difesa, che mantenne uomini e struttura del vecchio Sifar.

Il ’74 è anche l’anno dell’attentato all’espresso del Levante. A ricordarlo, nel documentario, è Vito Zincani, procuratore capo di Modena. Anche in quel caso, come per la strage dell’Italicus, i morti avrebbero potuto essere molti di più. “Un treno merci tranciò le micce prima che si azionassero i detonatori”. “Mettendo insieme questo episodio, l’Italicus e la strage neofascista di Piazza della Loggia a Brescia (28 maggio) -conclude Zincani- è difficile non immaginare che dietro vi sia la medesima regia”.

“Erano gli ultimi colpi di coda per rilanciare un piano eversivo, nel momento in cui i vertici che l’avevano ideato lo stavano abbandonando” chiosa Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione stragi.

Nel ‘74 la loggia massonica della P2 era ancora molto ignota, ma “il venerabile” Licio Gelli era già in grado di fornire armi e denaro agli organismi di eversione nera. “È nella strage dell’Italicus -sostiene Valter Bielli, membro delle Commissioni d’inchiesta Stragi e Mitrokhin- che si vede il contributo di Gelli e la saldatura con la cellula toscana di Ordine nuovo”.

Il 14 novembre del 1974 Pier Paolo Pasolini scriveva sul Corriere della Sera un suo celeberrimo elzeviro. “Io so –recita l’articolo-. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace”.

Pasolini era dotato, a dirlo col poeta Guido Gozzano, di una “spaventosa chiaroveggenza”. Vide la verità, ma non seppe provarla. Non toccava a lui d’altronde. Oggi, passati quasi 40 anni, si cerca ancora di far luce su “tutto ciò che non si sa o che si tace”, ma la verità fatica a venire a galla in un Paese non certo puritano, dove il peccato è sempre mitigato dall’idea confortante del perdono cattolico.

E.B.

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