Bene, ora che perfino il presidente di Confindustria si è accorta che questo governo ci sta allegramente portando verso il baratro, accogliamo con interesse i 5 punti presentati da imprese e finanza per il rilancio dell’economia. Come previsto, tuttavia, salvo qualche timido accenno, manca un pilastro fondamentale: dov’è la tecnologia, dov’è il digitale, dov’è Internet, dov’è la ricerca e sviluppo? Insomma, dov’è la vera innovazione?

Eppure, nonostante, come si disse, “anche i semafori” abbiano capito che per uscire dai guai serva la crescita, sono veramente troppi a scordarsi che senza innovazione tecnologica non si va da nessuna parte. Per carità, le cinque aree di azione individuate da Confindustria e soci, sono degne della massima attenzione: debito e pensioni, riforma fiscale, cessione patrimoni pubblici, liberalizzazioni e semplificazioni, infrastrutture e energia. Meritano azioni di governo serie e responsabili che non si limitino all’improvvisazione di una manovra, ma individuino percorsi di politica economica di lungo termine, senza trascurare l’impatto sociale, che non è una variabile secondaria ma determinante, anche per la tenuta finanziaria del paese. Solo in questo modo sarà possibile recuperare quella credibilità presso gli investitori finanziari e presso i nostri partner europei che è stata frantumata da anni di distrazione della politica (per non parlare delle manovre circensi a cui il governo ci ha sottoposto nelle ultime settimane). Ma, benché tra le proposte avanzate ve ne siano alcune pienamente condivisibili e altre destinate inesorabilmente a inferocire il dibattito, non basta.

Se è vero che il debito pubblico diventa insostenibile quando sfonda la soglia dell’80-90% di Pil (specie per le generazioni che seguono), è altrettanto vero che non c’è modello di sviluppo che tenga se, solo per fare un esempio, la spesa complessiva in ricerca e sviluppo non supera il 3% del Pil. Dove pensiamo di andare se, tra stato e privati, arriviamo a malapena ad un misero 1,3%, superati anche da alcuni paesi emergenti? Come ci ha mostrato uno studio che ha coinvolto 13 paesi, negli ultimi 5 anni Internet ha creato 2,6 posti di lavoro nuovi per ogni impiego perso. Questo effetto positivo della cosiddetta economia digitale nella creazione di lavoro è solo destinato a crescere. Pensiamo realmente che il paese possa farcela se quasi metà della popolazione nazionale, tra cui non pochi rappresentanti della cosiddetta classe dirigente (inclusi numerosi imprenditori), pensa ancora che “Internet non serve a nulla”? Nei prossimi trent’anni, almeno l’ottanta per cento dei nuovi lavori saranno generati da aziende che ancora non hanno visto la luce. Saranno tutte imprese ad alto contenuto tecnologico. Come farà il paese a sviluppare, integrare e applicare le nuove tecnologie se la formazione di professionalità tecno-scientifica è stagnante (quando non proprio al collasso)? Soprattutto, come pensate che possano nascere nuove imprese innovative se questo è uno dei pochi paesi avanzati che non abbia ancora uno straccio di politica per lo sviluppo del venture capital e delle start-up innovative? E la lista prosegue.

Mi è capitato di essere criticato perché non tengo nel giusto conto le eccellenze che questo paese è ancora in grado di vantare. Per carità, l’Italia continua a sfornare talenti e capacità eccezionali, nonostante il sistema appaia progettato apposta per frustrare qualsiasi innovazione (o forse proprio per questo). L’esempio recente dei fisici italiani alle prese con lo studio dei neutrini è solo un esempio (in barba a chi andava sfoggiando quei mirabolanti investimenti del governo nella realizzazione di fantomatici tunnel tra l’Abruzzo e i cantoni svizzeri). Ma la verità è che il nostro è un paese tecnologicamente in declino che deve invertire rotta rapidamente. Dieci anni fa avevamo i più alti tassi di penetrazione Internet in Europa, oggi quasi metà della popolazione ancora non usa la rete. Quando ci renderemo conto che il nostro medioevo tecnologico deve finire e che, mai come oggi, con la crisi che bussa alle porte, è imperativo rimettere il paese in condizione di essere un protagonista nello sviluppo e nell’utilizzo della tecnologia? Lo abbiamo scritto in italiano. Lo abbiamo scritto anche in inglese. In quale altra lingua ve lo dobbiamo scrivere? In padano?