Tra le tante critiche piovute sul post in cui suggerivo di considerare i social media come una possibile fonte di crescita per l’Italia, nessuno ha posto la domanda forse più insidiosa: ok, ammesso anche che Internet crei posti di lavoro, quanti ne distrugge? Soprattutto, qual è il bilancio complessivo per l’economia? Che la rete abbia comportato distruzione di lavoro, non vi sono dubbi. Chiedete ai commessi di Blockbuster o ai venditori delle agenzie di viaggio. Del resto Internet è un potente strumento di disintermediazione che procura benefici per chi può approfittarne, ma mette in forte difficoltà chi si trova sul lato sbagliato della disintermediazione. Dunque, domanda lecita: tra posti creati e distrutti, il processo è virtuoso o meno?

Recentemente, in occasione dell’eG8 di Parigi, la società di consulenza McKinsey ci ha fornito qualche primo dato significativo. L’analisi mostra un contributo fortemente positivo della cosiddetta economia digitale nei 13 paesi presi in considerazione, tra cui l’Italia. I principali contributi sono in termini di crescita economica, produttività delle imprese e disponibilità di spesa per i consumatori. Per quanto riguarda il lavoro, lo studio mostra che per ogni posto perso negli ultimi 5 anni a causa dell’avvento della rete, se ne sono creati in media 2,6 nuovi. In Francia, ad esempio, a fronte di 500 mila impieghi persi, circa 1,2 milioni sono stati creati. Un contributo decisamente positivo. Non abbiamo ancora dati ufficiali per l’Italia, anche se è noto che McKinsey sta conducendo una serie di approfondimenti sul nostro paese.

Rimane una questione aperta. Cosa ne è della distribuzione salariale e di ricchezza dei nuovi impieghi? Sono migliori di quelli persi? I recenti casi di maltrattamenti subiti dai magazzinieri della Amazon.com, a cui aggiungere una serie di suicidi tra dipendenti di un fornitore cinese di componenti per Apple, sollevano più di un dubbio. Tuttavia, tali casi paiono più la manifestazione di un trend di abbassamento delle regole e delle tutele nei settori tradizionali, piuttosto che l’effetto di un degrado del lavoro nei nuovi settori tecnologici. Inoltre, come mostra la ricerca McKinsey, da qualunque punto di vista si osservi l’impatto di Internet sull’economia, il risultato è sempre virtuoso. Difficile quindi che si sia in presenza di un impoverimento netto nel processo di sostituzione da vecchie a nuove professioni.

E i social media? Non abbiamo dati precisi in termini di creazione occupazionale netta in questo settore dominato da aziende come Facebook, Twitter, Linked-in e altri. Ma vi è una considerazione che ci fa essere molto ottimisti. A differenza della prima ondata di servizi Internet, quelli nati tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, in cui i benefici ricadevano principalmente su chi disponeva delle risorse tecnologiche per approfittarne, la nuova ondata (chiamatela 2.0, o come preferite), di cui fanno parte anche i cosiddetti servizi cloud di aziende come Google, Microsoft, Apple e altri, si caratterizzano proprio per il fatto di estendere l’accesso della tecnologia alla più vasta platea possibile. Non bisogna essere Mark Zuckerberg per aprire la fan-page del bar in cui lavoriamo.

Si tratta di piattaforme che portano efficienze e nuove opportunità di business a quasi ogni settore produttivo e commerciale. Ciò non vuol dire che non vi siano dei perdenti. Ironia della sorte, oggi sono spesso i beneficiari della prima ondata di disintermediazione a rischiare di essere tagliati fuori. Un caso esemplare è rappresentato da AirBNB, popolarissimo sito dove le persone possono affittare le camere di casa, che sta mettendo una pressione competitiva tremenda sui siti tradizionali di prenotazione alberghiera. Ma, più in generale, a parte qualche barca che finisce sugli scogli, questa nuova onda spinge in alto un po’ tutti (senza tenere conto dei nuovi vascelli che si creano). E il paese, che dite? Vogliamo approfittarne?