Il 5 dicembre 2008 il comandante dei Vigili Urbani di Napoli Luigi Sementa convoca nel suo ufficio il giornalista di E-Polis Alessandro Migliaccio. E gli tira una sberla. Sementa è arrabbiato per un articolo dal titolo “Gran bazar d’illegalità nel rione del comandante”, corredato da un foto servizio su decine di auto in divieto di sosta, non sanzionate, nel quartiere dove risiede il capo dei Vigili Urbani che ha impresso una svolta legalitaria al corpo. “Tu hai messo a rischio me e la mia famiglia” urla il comandante. Ma l’articolo non riporta l’indirizzo di casa di Sementa. Migliaccio ha una telecamera nascosta nel bavero della giacca. Il filmato dell’aggressione viene mandato in onda da Linea Notte una settimana dopo. La vicenda ha prodotto uno strascico giudiziaro, con Sementa rinviato a giudizio per percosse. Ma non c’è stato nessun processo: comandante e giornalista hanno fatto pace e la querela è stata ritirata, con le scuse di Sementa e un risarcimento danni devoluto all’ospedale pediatrico Santobono.

Due anni e mezzo dopo, la sberla ai danni di un giornalista colpevole solo di fare il suo lavoro è diventata l’oggetto di una tesi di laurea dal titolo “Uno schiaffo al diritto di cronaca: il caso Sementa-Migliaccio”. L’ha discussa la neo dottoressa in Scienza della Formazione presso il Suor Orsola Benincasa Valeria Aiello, 27 anni, che sogna di fare la giornalista e si è appassionata ai temi della libertà di stampa.

La Aiello ha intervistato a lungo Migliaccio prima di redigere la tesi: “Ho compreso – afferma – che è una delle vittime di un sistema che non ritiene la stampa davvero libera, indipendente, al di sopra delle parti”. Ma la tesi affronta anche i casi di altri cronisti minacciati, famosi e meno famosi, e spazia su tutti i temi della libertà di stampa “partendo da un caso locale e allargandomi poi a temi nazionali”. Fino ad affrontare la questione del ddl Alfano, ennesimo tentativo di legiferare per mettere il bavaglio ai giornali, vietando la pubblicazione di atti giudiziari non più coperti da segreto.