Lo stabilimento Irisbus di Valle Ufita, in provincia di Avellino, chiude. Lo ha stabilito la Fiat dopo la rinuncia del Gruppo Dr all’acquisto della fabbrica. L’azienda produttrice di autobus e minibus è la stessa coinvolta nell’indagine condotta dalla Procura di Bologna sull’affare Civis.

Irisbus Italia, società dell’Iveco (Gruppo Fiat), ha spiegato che “di fronte all’impossibilità di portare a termine l’unica soluzione individuata, che consentiva nell’avvio di una nuova iniziativa imprenditoriale ed industriale per assicurare continuità al sito l’azienda sarà costretta, suo malgrado, ad avviare le procedure consentite dalla legge per cessare le attività dello stabilimento”. Rammaricandosi “del fatto che le strumentalizzazioni sviluppatesi su questa vicenda non abbiano nemmeno consentito la verifica della nuova soluzione industriale delineata, che avrebbe garantito prospettive di occupazione e di reddito”.

Nella nota la società ricorda di avere subito “molto duramente gli effetti della grave crisi che ha colpito il mercato degli autobus urbani in Italia, le cui immatricolazioni si sono drammaticamente ridotte. Ciò ha determinato una progressiva e costante contrazione dei volumi produttivi dello stabilimento, che sono passati dai 717 veicoli del 2006 ai soli 145 autobus, di cui meno di 100 urbani, dei primi sei mesi del 2011”.

In tutto sono 695 le persone che rischiano il posto di lavoro, più gli operai dell’indotto, si arriva a circa 2 mila. Lo scorso 31 agosto i lavoratori dello stabilimento erano di fronte all’ingresso della Camera dei Deputati per manifestare il loro dissenso e la loro preoccupazione.

Ma nonostante ciò, Irisbus Italia ha dichiarato che “due mesi di approfondimenti e incontri, anche mediante l’istituzione di tavoli tecnici ad hoc, hanno confermato che la situazione attuale delle gare e le previsioni per il medio periodo continuano ad evidenziare un trend di forte contrazione della domanda, peraltro fortemente condizionata, nell’attuale congiuntura, dalla scarsità di fondi pubblici, che non consente di mantenere un’offerta competitiva e di proseguire l’attività industriale dello stabilimento di Valle Ufita”.

Gli operai, circa 150, da ieri, sono in assemblea permanente. Di fatto hanno occupato lo stabilimento. “Non molliamo” racconta un operaio che si trova all’interno dell’azienda. “Se ci deve chiudere qualcuno meglio che lo faccia la Fiat, non potevamo accettare una soluzione di riduzione e lenta agonia come prospettato dall’ipotesi cessione a Di Risio che prevedeva la riduzione consistente del personale”. Il Gruppo Dr Motor proprio ieri, in una nota, aveva comunicato l’intenzione di rinunciare all’acquisizione del ramo d’azienda per il “perdurare del clima di tensione”. I lavoratori hanno percepito l’ultimo reddito tre mesi fa, una cifra intorno ai 318 euro. Ora sono in sciopero. “Non ci muoviamo dalla fabbrica fin quando – fanno sapere gli operai – non arriveranno risposte. Il sottosegretario Gianni Letta (nei giorni scorsi ad Ariano Irpino, ndr) aveva promesso un impegno per convocare le parti al ministero dello sviluppo economico. Attendiamo la convocazione”.

La decisione del gruppo Fiat è stata aspramente criticata dal segretario confederale della Cgil, Vincenzo Scudiere: “Come previsto la Fiat non attende un secondo per creare ulteriore tensione nello stabilimento Irisbus della Valle Ufita annunciando la cessazione dell’attività e le procedure conseguenti”. “Adesso – continua Scudiere – in questa situazione c’è bisogno che il governo si assuma tutte le responsabilità: palazzo Chigi convochi l’incontro nel più breve tempo possibile e rifletta sul favore che fa con l’articolo 8 alla Fiat che ripaga il Paese con la chiusura di uno stabilimento importante, l’unico che produce autobus in Italia”. Al governo si rivolge anche Giovanni Centrella, segretario generale Ugl: “Il governo condivida tutte le soluzioni e gli strumenti necessari alla salvaguardia dell’unica fabbrica italiana di pullman. La chiusura sarebbe una sciagura”.

Ma i problemi di Irisbus sono anche di altra natura. Il gruppo sarebbe, infatti, coinvolto in un’inchiesta spinosa della Procura di Bologna, quella sul Civis, il progetto del tram su gomma a guida ottica da 140 milioni di euro che avrebbe dovuto collegare il centro di Bologna a San Lazzaro di Savena. Irisbus farebbe parte di un’Ati (associazione temporanea di imprese) che avrebbe dovuto realizzare il progetto, composta anche dal Consorzio Cooperative Costruzioni. Anche se l’annunciata chiusura dello stabilimento di Valle Ufita non avrà ripercussioni sul Civis, in quanto i mezzi sono prodotti in Francia e non nella fabbrica italiana.

Nell’indagine della procura di Bologna, condotta dal pubblico ministero Antonello Gustapane, titolare dell’indagine insieme all’aggiunto Valter Giovannini, tra i vari reati si contesta anche la truffa. Un’ipotesi di reato che riguarda i rappresentanti legali di Iribus Italia Spa, succedutosi dal 2002 al 2010. Si tratta di Vincenzo Lasalvia, Giuseppe Amaturo, Salvatore Martelli e Pierre Fleck. Un’inchiesta su corruzione e presunte mazzette che vede coinvolto anche il Consorzio Cooperative Costruzioni, e un nome importante in città, come l’ex sindaco Giorgio Guazzaloca.

Irisbus era infatti produttrice di uno speciale tram a guida ottica, il Civis, che sarebbe dovuto entrare in funzione a Bologna. Ma i mezzi hanno “inadeguatezze” e problemi “relativi alla sicurezza del mezzo e al sistema di guida”. Non possono viaggiare con la guida ottica, ma solo manualmente, come ha riferito la Commissione interministeriale sulla sicurezza dei trasporti con una relazione che ha aperto lo scorso primo giugno un altro squarcio sulla vicenda.

Dall’inchiesta dei magistrati emerge che quell’affare venne messo in progetto per fare un favore al gruppo Fiat. Che avrebbe poi – secondo gli inquirenti – ricambiato Guazzaloca con l’assunzione in una delle società una volta terminato il mandato. Come avvenne.

Nicola Lillo e Nello Trocchia