Un paio d’anni fa pubblicammo con altri colleghi un libro titolato Tremonti, istruzioni per il disuso, documentando quanto strampalate fossero le teorie del ministro dell’Economia e dannose le sue politiche. Circa un anno fa pubblicammo la seconda edizione, che esaminava la politica economica del 2008-2010 e ne prevedeva, ahinoi, le conseguenze che ora sono palesi ai più. Documentammo anche come la stampa italiana sembrasse in preda a una “congiura del consenso” e ci divertimmo a ribattezzare “Voltremont” il nostro ministro e “Mangiamorte” quei giornalisti e intellettuali che, per ragioni a volte inconfessabili, prendevano sul serio le bislacche teorie dell’Oscuro Signore.

La crisi di questa estate ha cambiato molte cose, tra queste il clima sulla stampa. Tremonti ha ora meno ammiratori di un tempo. In questo cambio generale d’orientamento si è distinto il Corriere. Ha cominciato Sergio Romano sulla vicenda dell’affitto in nero a Milanese. In seguito è stato il direttore Ferruccio de Bortoli a definire “millenariste” le analisi di Tremonti, “immaginifico ministro dell’Economia”, e concludendo: “Il mondo non è cambiato cinque giorni fa, come ha detto ieri Tremonti. È cambiato molto prima”. L’editoriale faceva seguito a un commento di Mario Monti di plauso all’intervento europeo.

Monti ricorda che “ciò che l’Europa e i mercati hanno imposto non comprende nulla che non fosse già stato proposto da tempo dal dibattito politico, dalle parti sociali, dalla Banca d’Italia, da molti economisti” e segnala come l’aver ignorato queste proposte “è stata una delle cause del molto tempo perduto e dei conseguenti maggiori costi per la nostra economia e società”. La scoperta dei limiti dell’immaginifico ministro e delle sue analisi millenariste impone domande scomode. Che rivolgiamo a De Bortoli e a Monti, naturalmente, ma anche al resto della stampa italiana, dato che, tanto per dire, non è che il Sole 24 Ore abbia seguito in questa vicenda una traiettoria molto diversa da quella del Corriere.

Tremonti ha scritto almeno due libri pieni di analisi millenariste e di colbertismo. Nel nostro libro abbiamo messo in evidenza che le analisi di Tremonti tali non erano, ma baggianate pseudo-colte. E che il colbertismo, oltre a predicarlo, il ministro lo ha praticato concretamente in tante occasioni, dall’Alitalia alla Banca del Sud, fino alla recentissima creazione della Società per le partecipazioni strategiche della Cassa depositi e prestiti.

Amici della stampa, non è il momento di una serrata autocritica? Il favore accordato per anni a un chiacchierone che – mentre affermava d’aver tutto compreso e tutto previsto – stava portando alla malora il Paese, è molto grave e deve far riflettere. Sul vostro ruolo, sull’informazione economica italiana e su come il potere politico (e l’aspirazione ad ottenerlo) manipoli l’opinione pubblica. Come hanno potuto importanti direttori di giornali scambiare le assurde analisi millenariste dell’immaginifico ministro per raffinata analisi intellettuale?

Un’altra domanda riguarda il mito di Tremonti guardiano del bilancio. L’Italia era nel 2008 un paese con alto debito e conti disastrati; continua a esserlo oggi. Tremonti ha mantenuto il deficit a “solo” il 4-5% del Pil (principalmente grazie a tasse e trucchetti come lo scudo fiscale, con spruzzatina di tagli lineari) solo perché qualunque cosa diversa avrebbe scatenato la reazione dei mercati. Il poco rigore che abbiamo avuto è stato imposto dai mercati, non da Tremonti. Tutto era chiarissimo a chi volesse vedere.

Veniamo al cuore della questione, le fandonie del governo hanno ripetutamente riguardato i fatti e i numeri nudi e crudi. Tra i tanti possibili, ricordiamo un episodio concreto. Nell’aprile 2010 Tremonti, ai margini di una riunione del Fmi, rilasciò trionfali dichiarazioni. Il Corriere, in un articolo del 24 aprile, titolò: “Debito pubblico, Tremonti: ‘L’Italia come la Germania e meglio degli Usa’”. L’articolo raccoglieva acriticamente dichiarazioni tremontiane di questo tenore: “I dati ci dicono che dobbiamo fare almeno come i tedeschi e magari un po’ di più, ma sicuramente le manovre che andranno fatte dagli altri Paesi sono molto più grandi e più pesanti per la gente di quelle che dovremmo fare anche noi i prossimi anni”. Non vorremmo dare l’impressione che la pavidità del Corriere sia stato un unicum nel panorama della stampa italiana. Il comportamento era generalizzato e c’è stato chi ha fatto molto peggio. Ma il Corriere ha sempre occupato una posizione speciale nel panorama informativo e questo conferisce a chi lo dirige speciali privilegi, ma anche speciali doveri. Come è potuto succedere?

Alberto Bisin, Michele Boldrin e Sandro Brusco