Se c’era bisogno della prova del nove per dimostrare che la vendita delle frequenze digitali sia una cura da cavallo per le disastrate finanze dello Stato, oggi è arrivata la conferma. Il ministero dello Sviluppo economico ha infatti aperto le buste con le offerte dei quattro operatori di telefonia mobile (Telecom Italia, Vodafone, H3G e Wind) pronti a darsi battaglia per conquistare quella porzione di etere liberata dal passaggio della televisione dalla tecnologia analogica a quella digitale. Con una gradita sorpresa: l’ammontare della cifra iniziale è di 2,3 miliardi di euro. Una somma destinata a crescere dato che il giorno dopo partirà l’asta vera e propria e le compagnie in gara potranno effettuare rilanci per accaparrarsi le ambite frequenze. Ad asta conclusa, la previsione che ha avanzato il ministro Paolo Romani è di 3,1 miliardi di euro. Soldi che dovranno essere iscritti al bilancio dello Stato entro fine settembre in modo da scongiurare altri tagli a ministeri e spesa pubblica da parte del Tesoro così come previsto nel Patto di stabilità.

Se i danari delle compagnie di tlc sono più che graditi alle casse dello Stato, così non è per quelli delle televisioni. Come ha scritto il fattoquotidiano.it, per assegnare le sei nuove super-frequenze digitali (i multiplex, in grado di trasportare fino a sei segnali televisivi cadauno, generati anch’essi dalla digitalizzazione dell’etere), governo e Agcom hanno optato per un beauty contest al posto di una normale asta competitiva. Ovvero saranno regalate alle Tv senza nessun corrispettivo in cambio.

“Il buon inizio dell’asta per le compagnie telefoniche è un precedente che rafforza la nostra battaglia”, dice Vincenzo Vita, senatore del Partito democratico, firmatario, assieme al collega Luigi Zanda, di un emendamento alla manovra economica che chiede all’Authority per le comunicazioni di ripristinare un’asta competitiva anche per i multiplex. “Se facessimo così, potremmo racimolare più di un miliardo di euro andando ad alleggerire le misure della Finanziaria ‘lacrime e sangue’ che gravano sui ceti più deboli”, sostiene Vita.

La posizione del Pd è supportata anche dall’Italia dei valori che ha firmato l’emendamento Vita-Zanda e anche dal Terzo polo che, con Italo Bocchino, vicepresidente di Fli, attacca: “Regaliamo le frequenze televisive per motivi comprensibilissimi, perché sappiamo bene a chi devono essere regalate”. Alle televisioni come Mediaset, che entro il 6 settembre dovranno presentare le proprie proposte per aggiudicarsi il diritto di trasmettere su quelle bande per i prossimi 20 anni.

Tornando alla “gara gemella”, quella a cui hanno partecipato gli operatori telefonici, all’asta sono andati i lotti che corrono sugli 800 Megahertz, i più pregiati in assoluto, assieme ai 1800, 2400 e 2600 Mhz. Per quanto riguarda la “banda 800” (quella che ospitava i canali dal 61 al 69 della tv analogica), sono arrivate offerte che ammontano a 1,73 miliardi di euro da tutte e quattro le compagnie in corsa. Sui 1800 si conta solo un’offerta di Telecom Italia da 155 milioni, per i 2000 Mhz non ci sono offerte, mentre per quella 2600, utile per lo sfruttamento al meglio di quella 800, si contano varie offerte di H3G, Telecom e Wind da circa 30 milioni ciascuna.

Ma resta un’incognita che riguarda proprio la banda più pregiata. Per il momento gli 800 Mhz sono occupati dalle televisioni locali “in movimento” verso la tecnologia digitale. Il ministero del Tesoro aveva promesso 240 milioni di euro per lasciare quelle frequenze, troppo pochi per gli editori che ne vogliono almeno il doppio.

Quello che è certo, almeno per il momento, è che il governo non farà nemmeno un euro dalla gara che riguarda Rai, Mediaset e tutte quelle emittenti che hanno interesse ad accrescere la loro offerta accaparrandosi almeno uno dei sei multiplex offerti mediante beauty contest.

“E’ dal 2009 che lottiamo per mettere all’asta anche le frequenze della Tv digitale terrestre”, attacca Vita che ricorda un famoso precedente: quando il governo Amato nel 2001 riuscì a racimolare la bellezza di 26.750 miliardi di lire (quasi 14 miliardi di euro) vendendo, sempre alle tlc, la banda per sviluppare i servizi Umts. Ora, con questa nuova asta, i precedenti sono due. Chissà se il governo continuerà per la sua strada, o se al contrario si convincerà che a pagare i costi della crisi, oltre ai cittadini, possono essere anche le televisioni. Comprese quelle del presidente del consiglio.