I piccoli comuni scendono oggi in piazza a Roma, quelli grandi si preparano a farlo (lunedì a Milano). Il bersaglio è, in entrambi i casi, la manovra del governo, ma i problemi assai diversi. I primi infatti – quelli sotto i mille abitanti – vengono semplicemente aboliti dalla manovra attualmente all’esame del Senato, gli altri si sentono ridotti alla fame. Con un calcolo a spanne le piccole entità in via di cancellazione dovrebbero aggirarsi attorno alle 1.900: secondo il progetto di Berlusconi e Tremonti si dovrebbero accorpare in unità più grandi condividendo la gestione dei servizi con un risparmio di otto miliardi (o almeno è quello che sostiene Calderoli, ma non la relazione tecnica sulla manovra). La scelta dei servizi in condivisione, peraltro, è accettata– e largamente già applicata – anche dai comuni, che contestano la necessità di cancellare con un tratto di penna strutture amministrative che hanno storia assai antica e danno senso alle comunità: l’Ancpi sostiene per di più che il risparmio sarebbe irrisorio (6 milioni l’anno, anche se non è chiaro come si arrivi alla cifra), e che il governo fa solo propaganda: un assessore di un comune sotto i mille abitanti guadagna 130 euro lordi al mese e non può essere la causa del debito pubblico.

“Tutti insieme costiamo come 13 deputati”, ha spiegato la presidente Franca Biglio. “Questo è un taglio alla democrazia, non ai costi della politica. Siamo favorevoli alla gestione associata dei servizi, ma l’eliminazione dei comuni sarebbe il nostro 8 settembre. La mobilitazione è appena cominciata”, ha scandito Lido Riba, presidente dell’Uncem Piemonte. E siccome un tocco di comicità in Italia non manca mai, già sono arrivati sui giornali “il principato di Filettino” e la battaglia di quelli di Ventotene che non vogliono finire “sotto Ponza”.

Quanto agli altri comuni, e al sistema delle autonomie in generale, il problema sono i tagli ai trasferimenti statali: non tanto – o non solo – quelli decisi ad agosto, ma il combinato disposto tra le ultime tre manovre del governo, a partire da quella del 2010, che fu un vero bagno di sangue per gli enti locali. Questi i numeri complessivi: a Regioni ed enti locali sono state sottratte risorse che – a regime, cioè nel 2013-2014 – ammonteranno a circa 15 miliardi di euro, vale a dire l’11% del costo dell’intero sistema delle Autonomie.

In particolare “pagheranno” 6,1 miliardi le regioni a statuto ordinario, 3 quelle “speciali”, 4,5 miliardi i comuni e 1,3 le province. Solo l’ultima manovra (che rimodula e anticipa i tagli decisi in quella di luglio) sottrae già da gennaio 1,7 miliardi ai comuni, 0,7 alle province, due miliardi alle regioni a statuto speciale e 1,6 a quelle ordinarie. Questo, per gli interessati, può tradursi in due scelte: aumento delle tasse locali (uno studio del Sole 24 Ore lo calcola in mille euro a famiglia in media se andrà proprio male) o in riduzione e/o cancellazione di servizi ai cittadini.

Tremonti ha già fatto la sua scelta visto che nel decreto, oltre ai tagli, è prevista per comuni e regioni proprio la possibilità di aumentare le addizionali. Per questo gli amministratori locali, compresi quelli di centrodestra, sono assai agitati: “Semplicemente non possiamo sopportare questi tagli”, ha detto stamattina Gianni Alemanno, che ha avuto “garanzie dal segretario Alfano” che saranno ammorbiditi. Come? Il Pdl propone l’aumento di un punto di Iva e una revisione dell’età pensionabile, “ma io penso anche ad una patrimoniale sulle grandi ricchezze”, ha spiegato il sindaco di Roma. Anche Roberto Formigoni è stato parecchio duro sui tagli, polemica che ha usato anche per tornare ad avere visibilità nazionale ed aprire una competizione interna alla maggioranza con la Lega: “Così il federalismo non esiste più”, ha sostenuto il governatore della Lombardia ottenendone una serie di rispostacce dal Carroccio. Il problema è che ha ragione, almeno per quanto riguarda le regioni: nei decreti attuativi, infatti, è prevista una clausola di salvaguardia che scatta in caso non vengano recuperati i tagli del 2010 (figurarsi adesso che ci sono anche quelli del 2011).

di Marco Palombi