“Londra non è come Parigi, non esistono le banlieue, i quartieri poveri convivono al fianco di quelli ricchi. E qualche volta questi due mondi inconciliabili entrano in conflitto”. John Foot è uno storico dell’University College di Londra e ha sempre lavorato tra la Gran Bretagna e l’Italia, dove ha pubblicato diversi libri. Si è ritrovato in mezzo alla rivolta scoppiata nella sua città. Una rivolta, afferma, “che non ha nessuna organizzazione alle spalle, ma la politica in qualche modo c’entra”.

In che modo?
“Mi sono tornati in mente i disordini del 1981, senza precedenti in Inghilterra, che dalla capitale, in particolare dal quartiere di Brixton, si sono estesi a Liverpool, a Manchester e in altre città. Sono rimaste nella storia del Paese: la polizia usò i lacrimogeni, cosa che in Italia è normale, ma in Inghilterra non lo è affatto. Era l’aba dell’era Thatcher, con una pesante crisi economica e drastici tagli alla spesa pubblica, proprio come oggi. E, come oggi, la rivolta non fu organizzata da alcun partito. Cominciò con un’esplosione di rabbia di giovani dell’underclass, il sottoproletariato urbano”.

Questa volta, però, la scintilla è stata in qualche modo politica, dopo l’uccisione del giovane Mark Duggan da parte della polizia.
“Sì, tutto è cominciato con la piccola manifestazione che chiedeva la verità su quell’episodio, ma poi le violenze si sono propagate in modo davvero caotico. Per strada si vede gente con la pistola – una cosa senza precedenti – insieme a ragazzini di 11 anni. Ci sono gruppi medio-piccoli che colpiscono e spariscono, e comunicano tra loro con il Blackberry, lo smartphone più diffuso in Inghilterra. Ma non è come al G8 di Genova, dove questa tattica appariva ben organizzata. Alla base ci sono sicuramente l’odio verso la polizia e il gusto della ribellione, molto viscerale, ma priva di motivazioni politiche”.

Neppure certi assalti alle strade commerciali di lusso hanno una valenza politica, secondo lei?
“Come dicevo, a Londra i ricchi e i poveri vivono negli stessi quartieri, ovviamente in contesti molto diversi. E’ vero che sono state assaltate le vie di lusso, ma spesso l’obiettivo era il furto di telefonini o simili, se non il puro vandalismo. Ora, secondo me, bisogna vedere se le violenze proseguiranno nei prossimi giorni, magari assumendo un senso diverso”.

Come sta seguendo la situazione, lì a Londra?
“Soprattutto con Twitter. Ci sono giornalisti delle tesate di quartiere, che a Londra hanno un grande rilievo, che seguono gli incidenti e i cambiamenti di fronte in tempo reale, dalla strada, e battono sonoramente i loro colleghi della televisione, inchiodati in postazioni fisse. Quello che colpisce è soprattutto la totale impreparazione della polizia, presa completamente in contropiede. In gran parte ha lasciato fare e nel quartiere di Camden ha compiuto appena cinque arresti dopo una lunga notte di incidenti. Circola persino la dietrologia che l’abbia fatto apposta, per mostrare al governo di aver bisogno di più uomini e più mezzi. I rivoltosi sono riusciti a bloccare pezzi di quartieri dicendo: ‘qui non entra nessuno'”.

E che cosa pensa della reazione del governo?
“L’idea di mettere 16 mila poliziotti a Londra non ha precedenti, ogni via sarà presidiata. Il premier David Cameron ha interrotto le vacanze, il Parlamento, chiuso per ferie, sarà riaperto. Intanto sta montando la retorica di destra: far intervenire l’esercito, usare gli idranti, i lacrimogeni, che qui sono considerati mezzi eccezionali, quasi mai usati in ordine pubblico. Questa retorica è pienamente condivisa dalla dirigenza laburista. Nessuno, comunque, aveva previsto che potesse accadere una cosa del genere, né che potesse estendersi a una tale velocità. Credo che cercheranno di farla passare come una rivolta etnica, ma non è così. Questi giovani pieni di rabbia sono britannici a tutti gli effetti”.