La paura di un double dip, di una seconda recessione mondiale, vanifica gli effetti positivi dell’accordo sul debito statunitense e alimenta un’ondata speculativa facilitata da scambi molto rarefatti per il periodo festivo. Così Piazza Affari ha registrato un altro tonfo (l’indice Ftse Mib ha registrato un – 3,87%) ritrovandosi con gli indici ai livelli dell’aprile del 2009 dopo aver bruciato in una sola seduta quasi 15 miliardi, 14,9 miliardi di euro per la precisione che ha portato il valore della Borsa italiana a 396 miliardi contro i 411 miliardi di venerdì scorso.

Milano è stata la peggiore ma male è andata anche Madrid (-3,42%), Parigi (-2,27%) e Francoforte (-2,42%). A trascinare nel baratro i listini il giudizio negativo di Citigroup sulle banche europee, comprese le italiane. Non è un caso che l’unico istituto in rialzo ieri sia stato Hsbc dopo l’annuncio inatteso del maxi-taglio di 30mila dipendenti. Il giudizio negativo di Citigroup sulle banche europee ha pesato sui titoli del settore con gli ordini di vendita che hanno piegato i finanziari. La peggiore è stata FonSai (-9,19%) e, a seguire, i bancari: Ubi Banca (-7,93%), Mps (-7,87%), Intesa SanPaolo (-7,86%), Banco Popolare (-7,69%), Bpm (-5,3%), Unicredit (-4,3%).

Significativo il commento di un trader raccolto dalla Reuters: “Sull’onda di qualsiasi motivazione il mercato ha voglia di testare i suoi minimi relativi. Se si guardano i minimi e i massimi di alcuni importanti titoli si possono vedere oscillazioni anche del 10% nell’arco di una sola seduta”. Ma non si tratta solo di speculazione in senso stretto. C’è un continuo movimento di flussi finanziari dall’area euro verso quella del dollaro che sta danneggiando pesantemente la moneta unica. L’ultimo rapporto pubblicato dal Council of Economic Advisor (allegato) evidenzia che nel 2010 il flusso di capitali esteri verso gli Stati Uniti è cresciuto del 48% rispetto all’anno precedente, confermando gli Usa come il paese che raccoglie maggiori flussi finanziari in assoluto a livello mondiale.

In una competizione internazionale gli Stati sovrani, che hanno speso decine di migliaia di miliardi di dollari per salvare il sistema finanziario (ultima stima dell’Fmi è 18000 miliardi), stanno ora giocando una pericolosa partita per l’attrazione delle risorse indispensabili per finanziarie deficit e debiti. In questo senso gli Stati Uniti, nonostante la difficile trattativa tra democratici e repubblicani, risultano molto più stabili e determinati rispetto ad un Europa che ha impiegato quasi un anno per raggiungere un modesto accordo per il salvataggio della Grecia e rimane ancora divisa sulle caratteristiche degli Eurobond, l’unico strumento reale contro la speculazione. Il nodo è fino a che punto la Germania può permettersi di contribuire a garantire la stabilità del debito di paesi come l’Italia che è la settima economia mondiale. In un recente studio di due economisti del Breguel Institute , Jacques Delpla e Jacob Von Weizsacker, ripreso sulle colonne del Sole 24Ore da Luigi Zingales e Roberto Perotti, si ipotizza l’emissione di due tipi di Eurbond, blu fino al 60% del Pil, con garanzia congiunta dei paesi membri, e rossi, cioè senza garanzia e subordinati ai bond blu. Alchimie che se non verranno risolte a breve difficilmente potranno frenare un meccanismo fortemente speculativo (l’indice di volatilità Vix, chiamato anche della paura, è tornato sopra quota 25 ed è quasi raddoppiato nelle ultime settimane) che ha fatto tornare gli spread tra Btp decennali e Bund tedesci a quota 355 punti base cioè con un rendimento per i titoli italiani sopra al 6%.

di Andrea Di Stefano