Tempi duri per il Wwf, accusato di essere l’alibi “verde” per la lobby del business più spregiudicato. Popoli deportati, foreste rase al suolo per far posto a piantagioni di olio di palma. Raccolta fondi per campagne che in realtà non esistono. E ancora: safari da 10.000 dollari per ricchi occidentali ansiosi di scovare le ultime tigri. Sono solo alcune delle accuse mosse dal documentario tedesco “Il patto con il Panda” all’associazione ambientalista più importante del pianeta, già scossa da una lettera anonima con cui 57 dipendenti francesi hanno chiesto le dimissioni del direttore generale Serge Orru. Ora il colpo di grazia, il film di Wilfried Huismann, andato in onda sul primo canale pubblico tedesco, Adr.

Il documentario (Der Pakt mit dem Panda) denuncia connivenze fra la storica associazione ambientalista – ormai prossima al mezzo secolo di vita – e il mondo dell’industria: progetti imprenditoriali che, con partner del calibro di Monsanto, distruggono l’ambiente e fanno guadagnare all’associazione ambientalista fino a 500 milioni di euro all’anno. Rivelazioni choccanti, che hanno scatenato una bufera che sembra destinata a non placarsi. “Grazie ai suoi eccellenti contatti con i politici e gli industriali, oggi il Wwf è la lobby a favore dell’ambiente più influente del mondo”, ha commentato Adr presentando il documentario: “È un esercizio da funambulo, tra impegno e venalità”. Peccato che il film, si difende il direttore generale del Wwf Italia, Adriano Paolella, sia caduto in un equivoco: il World Wildlife Fund non disdegna partner finanziari, a patto che si abbia in comune la causa della difesa dell’ambiente.

“Il documentario – afferma Paolella – ha utilizzato un miscuglio di affermazioni disordinate, molti errori di base e soprattutto non ha approfondito la metodologia di lavoro del Wwf, basata anche sul dialogo con alcune imprese, per incidere di più su processi produttivi che hanno un ruolo importante nell’uso e consumo delle risorse naturali”. Inoltre, ricorda Paolella: “Siamo sempre disponibili a dare informazioni trasparenti su qualunque tematica, come facciamo regolarmente”. Per Wilfried Huismann, che per un anno ha raccolto materiale in India e Indonesia, il Wwf coopera invece “con industriali più preoccupati di rinverdire la loro immagine che di salvare i panda”. Il World Wildlife Fund “sembra lavorare con compagnie dell’ingegneria genetica come il gigante Monsanto o la multinazionale Wilmar, certificandone i prodotti”. I due colossi dell’agro-chimica, infatti, coltivano rispettivamente in quelle zone soia e olio di palma, destinati alla produzione di biocombustibili, ai quali l’Ong sarebbe favorevole.

Ma non è tutto: “Nel Borneo, il Wwf raccoglie fondi per l’orangotango, specie minacciata, ma sul posto non si è trovato alcun progetto di protezione – accusa Huismann -. Al contrario, il Wwf coopera con una grossa compagnia che distrugge le ultime foreste del Borneo per produrre olio di palma, cosa fatale agli oranghi”. Tutto ciò, replica l’associazione, “è falso” in quanto “il Wwf gestisce direttamente decine di progetti diretti  alla conservazione degli oranghi tanto in Indonesia quanto in Borneo”. Tutti i progetti e i programmi di conservazione sono visitabili e rendicontabili, precisa l’Ong: “Sono progetti di ricerca, di educazione, sensibilizzazione e capacity per le comunità locali, di creazione e  gestione dei aree protette e, più in generale, di riduzione degli impatti delle attività dell’uomo sull’habitat degli oranghi”.

Il Wwf certifica piantagioni come quelle di proprietà della Wilmar, attraverso la Roundtable on Sustainable Palm Oil (RSPO), in una zona in cui, dei 14.500 ettari di foresta originari, ne sono rimasti solo 80. Ma, sostiene l’Ong, “a scopo benefico”. Per Doerte Bieler, direttrice per la sostenibilità delle biomasse del Wwf, questo 0,5 per cento di foresta originaria salvata (e la conseguente sopravvivenza di due soli oranghi) è infatti un successo: “Se non ci fosse stato il Wwf l’intera foresta sarebbe stata rasa al suolo”. Della stessa opinione l’intero Wwf, secondo cui questi tavoli di confronto (incluso il Round Table on Responsible Soya) sono considerati fondamentali per la riduzione della deforestazione imputabile alla produzione di soia e di olio di palma.

Alla vigilia del suo cinquantesimo compleanno, il Wwf deve insomma fare i conti con una serie di critiche e accuse che stanno minando la fiducia dei suoi milioni di soci e simpatizzanti nel mondo. Solo in Germania, i soci sono circa 423 mila. Persone che, nel solo 2009, hanno donato oltre 24 milioni di euro. È anche per questo che Der Spiegel ha definito l’impatto del documentario “un disastro in termini di relazioni pubbliche”.

Ne è consapevole anche Gianluigi Salvador, Referente energia e rifiuti Wwf Veneto, che a ilfattoquotidiano.it ha dichiarato: “La più grossa organizzazione ecologista a livello mondiale dovrebbe verificare queste anomalie e cercare di eliminarle. Ne va del suo futuro, perché questi episodi possono minare l’affezione e la fiducia dei propri soci che la sostengono in virtù della sua ambiziosa missione: fermare e far regredire il degrado dell’ambiente naturale del nostro pianeta e contribuire a costruire un futuro in cui l’umanità possa in armonia con la natura”. “Una missione – conclude Salvador – portata avanti da decenni con azioni coerenti a beneficio della salute e della biodiversità del pianeta”.