Due fratelli. Un incidente che uccide il testimone chiave. Accusatori che attribuiscono tre mazzette a politici e affaristi dalemiani. I nomi dei fratelli Sergio e Pio Piccini al Pd fanno venire la pelle d’oca. Dalle parole di Pio, il minore, è partita l’inchiesta dei pm romani Paolo Ielo e Giuseppe Cascini sulle mazzette ammesse da Vincenzo Morichini e Franco Pronzato, due amici di Massimo D’Alema. L’imprenditore toscano parla di un appalto da Finmeccanica di 8 milioni l’anno. Per ottenerlo (senza gara) ricorre a Morichini, amico di D’Alema, socio nello yacht Ikarus e procacciatore di finanziamenti per ItalianiEuropei. Pio spiega ai pm: “Se avessimo ottenuto l’appalto, avremmo versato il 5 per cento a Morichini e alla fondazione di D’Alema”. ItalianiEuropei smentisce. L’inchiesta chiarirà. I fratelli Piccini anni fa erano comparsi in altre due indagini accanto a esponenti del Pd. Inchieste finite con l’archiviazione. L’unico testimone d’accusa, Sergio Piccini (fratello maggiore), è morto in uno strano incidente.

Il primo incrocio tra i nomi di Sergio Piccini e D’Alema in un verbale risale al 2002, quando i carabinieri su delega del pm napoletano Marco Del Gaudio registrano la testimonianza di Giampiero Antonioli, esperto di telecomunicazioni. Il suo nome rispunterà nel 2005, sarà uno dei tre spiati (con Alessandra Mussolini e Piero Marrazzo) dagli investigatori privati Pierpaolo Pasqua e Gaspare Gallo del Lazio gate. Antonioli viene sentito in un’indagine sulle associazioni dei consumatori, ma parla di Parmalat e Telecom Italia, della leggendaria super-tangente che il centrosinistra avrebbe incassato per la privatizzazione Telecom avvenuta sotto il governo D’Alema. La storia non ha trovato riscontri giudiziari.

Gli investigatori valutano con cautela le affermazioni di Antonioli, che potrebbe covare risentimento verso i Piccini. Dopo il crac Parmalat, le sue dichiarazioni vengono rivalutate: questo signore nel 2002 aveva riferito circostanze confermate due anni dopo dall’indagine di Parma, come il ruolo di “ufficiale pagatore della politica” di Sergio Piccini o i suoi rapporti con Nicolò Pollari. “Piccini è una persona chiave che ha gestito rapporti finanziari del gruppo Telecom. Sergio diventò braccio destro di Tanzi. Ha gestito interessi colossali”. Antonioli parla del network di relazioni di Sergio Piccini (in parte, secondo Antonioli, ereditato da Pio), cita “Mastella, Cossiga, D’Alema”. Descrive “un rapporto di affari molto serio con D’Alema attraverso London Court”, di cui era alla guida Fabio De Santis (socio di Ikarus e amico del presidente pd). Antonioli aggiunge: “Sergio ha lasciato a Pio le chiavi dei conti riservati, cifrati e documentazione sui rapporti con politici. Pio tiene i rapporti che teneva Sergio”. Antonioli riferisce poi che Sergio incontrava il dirigente dei servizi Nicolò Pollari, cercava di scoprire se c’erano indagini sul suo ruolo in Telecom. “Pio Piccini tiene i rapporti con Pollari e so che due o tre mesi fa ha conosciuto Licio Gelli insieme con un amico di Sergio che dice: sono agente Cia in Italia”.

Poi Antonioli tira la bomba: “Loro (Piccini, ndr) affermavano di aver avuto una parte organizzativa nella ventilata mega tangente che Colaninno e i suoi finanziatori hanno pagato ai Ds, a D’Alema e Violante. Sergio era una persona serissima… non ha mai mentito su queste cose”. Prove? Nessuna. I carabinieri del Nucleo di Roma, dopo il crack Parmalat, si ritrovano in mano quelle dichiarazioni esplosive. Per riscontrarle chiedono di intercettare Antonioli, Pio Piccini e il suo socio Nicola Catelli. Scoprono i rapporti tra una società dei Piccini (usata da Tanzi come veicolo di finanziamenti) e Il manifesto. Tutto finisce nel calderone dell’inchiesta di Parma e poi in archivio. Come gli atti, richiesti dalla Procura di Parma, sulla morte di Sergio, avvenuta nel 2000 in un incidente d’auto (sei mesi prima era scampato a un incidente su un jet privato).

Ma c’è un terzo incrocio tra gli uomini del Ds-Pd e Sergio Piccini: ruota intorno al “canestro delle mazzette di Tanzi ai politici” e al dalemiano Claudio Burlando, l’uomo che ha portato a Roma Franco Pronzato (consigliere Enac e dirigente Pd arrestato). A parlarne, nel 2005, è Tanzi. I pm di Roma aprono un’inchiesta. Tanzi riferisce di tangenti legate alla joint-venture Ecp. Un’operazione che, secondo i pm di Parma, voleva scaricare sulle Ferrovie i debiti delle società turistiche dei Tanzi (gruppo Itc&P). Tanzi indica Piccini, allora presidente di Itc&P, come intermediario. Nemmeno Tanzi ricorda quali pagamenti furono effettuati. Comunque le Ferrovie varano la joint-venture con Tanzi, che tra il 12 marzo e il 28 giugno 1996 fa confluire nella società mista, per un valore di 108 miliardi di lire certificato dal perito Emanuele D’Innella, le sue aziende turistiche in passivo, secondo l’ accusa, per 692 miliardi. E qui entra in scena il centrosinistra. Cambia il governo e, racconta Tanzi, “Piccini mi disse di aver pagato anche il neoministro Burlando, mi parlò di un miliardo di lire… Mi recai al ministero per ringraziarlo del suo positivo interessamento. In quella visita di cortesia Burlando mi confermò di aver condiviso l’operazione”.

Burlando nega ogni accusa, annunciando denunce (non presentate). Oggi ricorda: “Le trattative si conclusero il 10 maggio ‘96, mentre io sono diventato ministro il 18 maggio ’96 e qualche giorno dopo abbiamo sciolto la joint venture”. L’inchiesta si concluse con un’archiviazione. Contro Burlando c’erano solo le parole di Tanzi. L’unico possibile testimone, Sergio Piccini, era morto con i suoi segreti.

di Marco Lillo e Ferruccio Sansa

da Il Fatto Quotidiano del 6 luglio 2011