Il re del Marocco Mohammed VI

Dalle 8 di oggi e fino alle 19, i cittadini del Marocco dovranno decidere se accettare o meno la nuova Costituzione elaborata da una commissione nominata dal re Mohammed VI. I risultati, annunciati a favore del nuovo testo, saranno resi noti probabilmente questa notte o domani mattina presto. Su 32 milioni di cittadini, 13 milioni sono gli elettori – la popolazione marocchina è molto giovane – e il referendum sulla nuova Costituzione è stato deciso dal re un mese fa pensando, anzi temendo, proprio i «suoi» giovani.

In Marocco, dall’inizio dei movimenti della Primavera araba, ci sono state manifestazioni e proteste, anche se su una scala minore e con toni meno radicali di quelle egiziane e tunisine. La più importante coalizione di opposizione, il Movimento 20 Febbraio, chiede una drastica riduzione dei poteri del re – salito al trono nel 1999 – accompagnato da grandi speranze di rinnovamento del paese, poi deluse. L’abolizione della monarchia, che in Marocco resiste da 13 secoli grazie alla più antica dinastia ancora regnante del mondo, è una richiesta limitata ad alcuni movimenti di ispirazione islamica. Gli attivisti del Movimento 20 Febbraio vorrebbero una monarchia di tipo europeo, alla britannica o spagnola, con il re che rimane il capo dello stato, ma senza effettivi poteri di governo. La nuova Costituzione, invece, prevede molto meno di questo.

Il re, infatti, viene ancora definito Amir al Muminim, “capo dei credenti”, e pertanto le sue decisioni non sono criticabili (molti giornali sono stati chiusi negli ultimi anni per aver oltrepassato la linea rossa delle critiche alla monarchia). Non solo. Mohammed VI rimane «Capo dello Stato e suo Rappresentante supremo, Simbolo dell’unità della nazione, Garante della perennità e della continuità dello Stato, Arbitro supremo delle sue istituzioni» (articolo 42), mantiene la presidenza del Consiglio dei ministri (con la possibilità di delegare, a propria discrezione, alcune funzioni al primo ministro (art. 48), ha la facoltà di approvare le leggi (art. 50) e di emanare decreti reali, (art. 42). Il re conserva anche la facoltà di nominare i ministri su proposta del primo ministro (art. 47), ma mantiene esclusiva competenza sui cinque ministeri chiave, Interno, Esteri, Difesa, Giustizia e Affari islamici. Allo stesso modo, può sciogliere entrambe le camere del parlamento (art. 51) e dichiarare lo stato d’emergenza (art. 59). Mohammed VI resta vertice degli apparati militari (art. 53) e referente ultimo di tutte le forze di sicurezza del regno, in quanto Presidente del consiglio superiore di sicurezza, come stabilisce l’art. 54.

A causa di queste norme, e nonostante alcune aperture, come il riconoscimento ufficiale della lingua amazigh (berbero) accanto all’arabo, il testo della nuova Costituzione ha ricevuto molte critiche da parte della stampa più indipendente e degli esponenti dei movimenti democratici.

Dai microfoni dell’emittente panaraba Al Jazeera, per esempio, Ahmed Benchemsi, ex direttore del settimanale indipendente Tel Quel (uno dei giornali che hanno avuto «problemi» con la censura reale) ha detto che quella proposta dal re è una riforma solo «cosmetica», diretta a cercare di tenere sotto controllo il malcontento popolare ed evitare che anche il Marocco venga travolto da movimenti di massa come quelli che agitano gli altri paesi arabi. Uno dei siti di riferimento del dissenso democratico e del Movimento 20 Febbraio, “Mamfakinch”, ricorda come già il padre di Mohammed VI, Hassan II, abbia usato due volte, nel 1962 e nel 1996, lo strumento del referendum per garantire l’approvazione di una costituzione che ha lasciato inalterato il potere reale. La «campagna» elettorale per il referendum, inoltre, è stata condotta solo dai partiti ufficialmente riconosciuti, tutti compattamente schierati per il sì, mentre lo stesso Mamfakinch ha pubblicato il testo di una circolare dell’Alta autorità per la comunicazione e l’audiovisivo che proibisce ogni propaganda a chi, come il Movimento 20 Febbraio, invita a boicottare il referendum. Allo stesso modo, un giro di vite c’è stato verso giornali e tipografie, invitate e non pubblicare manifesti e volantini del Movimento, sotto minaccia di arresto.

Il processo di redazione della nuova Costituzione, secondo i dissidenti, è stato viziato fin dall’inizio, perché anziché accettare l’elezione popolare di un’assemblea costituente, il re ha preferito nominare una commissione ad hoc, sulla cui lealtà non c’erano dubbi. Il risultato è un testo che, di nuovo, si configura come una «concessione» della monarchia e non un vero nuovo «patto sociale» tra il re e i suoi «sudditi», che sempre di più chiedono di essere trattati come cittadini.

di Joseph Zarlingo Lettera22