Mi dispiace distogliervi dalle faccende nazionali proprio in un momento in cui, dopo tanto tempo, si coglie il profumo della speranza. Il fatto è che, nel frattempo, altrove (ma molto vicino), si sta facendo la Storia con la esse maiuscola e si stanno decidendo i destini nostri, dei nostri figli, dei nostri nipoti e magari pronipoti. I segni, a ben guardare, sono alla luce del sole.

Primo segno: un uomo politico lussemburghese, Jean-Claude Juncker, nelle sue vesti di presidente dell’Eurogruppo dice qualcosa del genere: vedo che nelle strade in Grecia la gente si ribella, non accetta di pagare con lacrime e sangue le misure di austerità. Anche perché i mega-ricchi non pagano, i poveracci sì. Poi aggiunge: li capisco, ma non c’è alternativa.

Secondo segno: un’istituzione internazionale come il Fondo Monetario, per bocca di qualche funzionario ignoto alle cronache e di un corposo rapporto di una missione investigativa sull’efficacia delle politiche dell’Eurozona, dice (perdonatemi la parafrasi): cari leader dell’Eurozona, sarete pure eletti democraticamente e unti dal Signore, ma per cortesia smettetela immediatamente di litigare in pubblico e mettetevi a lavorare. Il rapporto del Fmi scopre anche l’acqua calda e raccomanda: se non proseguite l’integrazione non risolverete mai i problemi dell’economia europea, e saranno guai per tutti.

Terzo segno: Bob Trichet (si chiama Jean-Claude, ma qui in Belgio Bob è quello che resta sobrio e accompagna a casa gli amici ubriachi – esattamente il compito attuale del presidente della Bce) esplora nuovi mondi chiedendosi e chiedendo: ma se un Paese che viene salvato dalla bancarotta con un prestito non mantiene le promesse fatte per ottenerlo, che si fa? Sarebbe poi così inimmaginabile che qualcuno andasse a ficcare il naso negli affari suoi e prendesse le redini della situazione fino alla fine dell’emergenza?

Solo qualche mese fa una qualunque delle dichiarazioni di cui sopra sarebbe stata considerata blasfema. Come si permette un leader di un altro Paese o un funzionario non eletto di occuparsi di affari interni di uno Stato sovrano?

Questo è il concetto chiave: la sovranità nazionale, alla prova dei fatti. Dov’è la sovranità nazionale di un Paese in bancarotta, costretto ad accettare le condizioni di chi gli presta soldi senza il potere di negoziarle? E’ una democrazia al contrario, in cui si cerca il consenso parlamentare e degli elettori/contribuenti dopo aver firmato il contratto, è ancora democrazia? E se questo consenso non si trova, è accettabile “sospendere” la sovranità con una sorta di tutela sopranazionale? Se sì, come, fino a quando, a che condizioni? Se no, come gestire le conseguenze? Ovvero, può uno Stato sovrano sovranamente suicidarsi?

Ovviamente io non ho le risposte, ma trovo affascinante che queste domande si pongano per la prima volta nella storia delle democrazie occidentali. Peccato invece che se ne parli così poco: mi pare che di tutto ciò non ci sia traccia nella homepage del Fatto. Eppure è Storia, e varrebbe la pena raccontarla e capirla.

Disclaimer: Come riportato nella bio, il contenuto di questo e degli altri post del mio blog è frutto di opinioni personali e non impegna in alcun modo la Commissione europea.