Nel numero del 15 aprile, Saturno ha pubblicato un articolo del prof. Tomaso Montanari, dal titolo Tenete d’occhio quel Guercino! Il sommario dell’articolo recitava: «Il “Marte” in mostra a Castel Sant’Angelo, spacciato per opera del maestro, è solo un’operazione di marketing». A quell’articolo ha risposto il dott. Maurizio Marini, curato della mostra in questione. Pubblichiamo perciò la sua lettera, alla quale segue una replica di Tomaso Montanari.

«Ho riflettuto a lungo se rispondere alle sguaiate note dedicate dal dr. Tommaso Montanari alla mostra curata da Federica Gasparrini e dallo scrivente in corso fino al 12 giugno prossimo, a Roma, in Castel Sant’Angelo. Come diceva un illustre storico dell’arte: la critica su un quotidiano dura un giorno, il dì seguente finisce per foderare il secchio dell’immondizia.

Ho poi optato per la presente replica, anche perché la rassegna è stato l’ultimo omaggio a Sir Denis Mahon, spentosi il giorno di Pasqua, a Londra, che del Guercino è stato il massimo conoscitore. Le sale più in alto della “Mole Adriana” accolgono un solo, grande dipinto di questo artista: il Marte furibondo trattenuto da un Amorino che, dipinto per il barone Mario Mattei di Paganica, non fu mai consegnato, in quanto sostituito dal Guercino con una versione orizzontale, oggi nel Cincinnati Art Museum. Il compianto Sir Denis, quando Federica Gasparrini gli sottopose il ritrovamento, ebbe a confessare che, noto per i disegni preparatori e le copie incise e dipinte, l’aveva cercato per quarant’anni ed era felice del fatto che venisse finalmente esposto a Roma, dove non era mai giunto. L’dea di esibirlo a Castel Sant’Angelo era stata suggerita dalla presenza, sullo sfondo della grande tela, di una fortezza ideale che rammentava a struttura della “Mole Adriana”. Il dipinto, oltre che da quanto ricordato, era noto in particolare per la testimonianza lasciata da Carlo Cesare Malvasia, biografo del Guercino, il quale l’aveva visto, nel 1666, tra le opere invendute rimaste nella bottega bolognese del pittore.

Il dr Montanari, del quale mi sovviene la mostra un po’ claudicante su “Bernini Pittore”, qualche anno fa a Roma, in Palazzo Barberini, in cui non era facile capire chi fosse Bernini e chi il “pittore”, si scaglia, in pratica, contro il diritto allo studio: ostracismo alla fruizione di opere private tra le sacre mura di un museo pubblico (dimenticando l’origine privata di molti capolavori).

Vale a dire un anatema su chi osa proporre il risultato di una lunga ricerca tra opere altrimenti disperse nei labirinti anonimi del secolare collezionismo privato (è chiaro che l’ignoranza favorisce la clandestinità!).

Lo stesso dottor Montanari, espressosi con estrema superficialità e scarso senso conoscitivo della materia, parla di estese , quanto inesistenti, ridipinture sulla superficie dell’opera in mostra (e l’illuminazione favorisce eccellentemente tale analisi, anche se sommaria). Per contro sono ben leggibili i “pentimenti” in corso d’opera che ne attestano l’autografia: le copie non hanno “pentimenti”! Come detto ho esitato a lungo prima di rispondere a tanta ignoranza poiché il Montanari (come il Federici da lui menzionato) non hanno saputo distinguere tra l’originale in oggetto e una sua copia: “Lot 34 Follower of Giovanni Francesco barbieri called il Guercino Cento 1591 (?) – 1666 Bologna, Love staying the hand of war”, passata per una vendita Sotheby’s a New York nel gennaio del 2003, quindi di nuovo nel 2004. Questo “Marte” è certamente una copia decurtata dell’originale; cm 170 x 136 della tela in mostra a Roma, contro i cm 163,2 x 117,2 del quadro Sotheby’s su cui tornerò più avanti. Anche la conduzione tecnica della due opere è alquanto difforme e lo stesso catalogo di vendita allude alla all’appiattimento della tela a causa dei reiterati rifoderi, a nuemrosi restauri e ritocchi sul volto, sulle mani e sulle gambe, nonché sul profilo, sull’armatura e sul mantello del Dio della Guerra. Il catalogo Sotheby’s segnala, inoltre, eccessi di pulitura nello sfondo (da cui il trasparire della preparazione) e ripassi nel putto, nel cannone e nel cielo, irrintracciabili nella tela appartenente a Dyonisos Art Fund, con sede in Lussemburgo.

L’ineffabile acume scientifico del dr Montanari, per cui il “Marte” Sotheby’s e quello Dyonisos rinvierebbero ad una sola tela è, inoltre, clamorosamente smentito da una mostra attualmente in corso a Mosca curata da Vittoria Markova , Pittura Italiana dal XIV al XVIII secolo nelle collezioni private di Mosca, il che dovrebbe far rabbrividire il dr Montanari (!), ma , a tal fine concorre la tela alle pp. 68-71, il Marte trattenuto da un Amorino oggi in collezione privata moscovita correttamente riferito quale “Bottega di Guercino (Cesari Gennari)”, che, altri non è che la redazione passata in asta da Sotheby’s. Rimessa in buon ordine è ottimamente leggibile ed evidentemente difforme (anche tecnicamente) dal “Marte” Dyonisos.

Ho appreso dalle sue note che il dr Montanari mi gratifica dell’onore di essere il proprietario del “Guercino ritrovato”, sicchè di non essere scientificamente autorevole e completamente terzo e libero rispetto alla proprietà del dipinto.  Purtoppo la sua supponenza lo spinge a vedere trame che esistono solo nel suo incapace filologismo asservito ad un massimalismo assiomatico (peraltro, come visto, superato dalla Storia). E’ con grande rammarico che mi vedo costretto a perdere tempo nella messa a fuoco di alcune precisazioni. “In primis” il Fondo Dyonisos è stato così chiamato in omaggio a Sir Denis Mahon e io ne sono soltanto, in sua vece, il “presidente onorario” (quindi nessuna proprietà che mi coinvolga); lo scopo del Fondo non è la vendita dei capolavori che costituiscono il suo capitale, pertanto la vendita è da escludere (semmai l’acquisto !). Le raccolte contengono opere di grande pregio, non ultimo il sipario dipinto da Salvador Dalì per il “Tristano e Isotta”di Richard Wagner andato in scena al Teatro Metropolitan di New York: un telone di oltre 18 metri di larghezza che, come altri capolavori, verrà concesso per una serie di mostre itineranti internazionali: le mostre sono il fine statutario della Dyonisos e, grazie all’acume della Soprintendente al Polo Museale Romano, Rossella Vodret,  e alla fortuita presenza di un ideale Castel Sant’Angelo nel capolavoro ritrovato di Guercino, costei ne ha individuato la degna sede espositiva, ivi compreso il bel documentario di Luca Verdone che illustra ampiamente le finalità dell’ Art Fund. Lussemburghese. Questo, oltretutto, si è fatto carico di ogni onere economico (ivi compresa la doppia edizione – italiana e inglese – del bel catalogo edito da De Luca, in Roma)».

Maurizio Marini

Replica del prof. Tomaso Montanari:

«Sono sinceramente grato al dottor Maurizio Marini per aver confermato con la sua garbatissima lettera il nocciolo del mio articolo: la Soprintendeza di Roma ha accolto in un museo pubblico l’esibizione di un quadro appartenente a un fondo di investimento privato affidando la responsabilità scientifica al presidente onorario di quel fondo. E questa notizia basta e avanza per farsi un’idea chiara circa la serietà di chi regge quella Soprintendenza e circa la qualità dell’iniziativa stessa.

Circa le condizioni e l’autografia dell’opera esposta, invece, sarà la comunità scientifica a esprimere un verdetto: così come ha sempre fatto per  le innumerevoli attribuzioni con le quali il dottor Marini sfigura da decenni la storia dell’arte secentesca. Per quanto mi riguarda, ho fatto la mia parte respingendo tutte quelle che infestavano la pittura di Gian Lorenzo Bernini (e, chissà, magari è proprio per questo che il Marini non apprezzò quella mostra).

La cosa che veramente dispiace è che il pasticciaccio del cosiddetto “Guercino” di Castel Sant’Angelo lambisca in qualche modo la figura di Denis Mahon, che è stato davvero un grande storico dell’arte. Ma è purtroppo ben noto come la sua lunghissima, estrema vecchiaia (è morto centenario) abbia lasciato coinvolgere il suo nome in diecine di iniziative commerciali (perfino un fondo d’investimento lussemburghese, si apprende), mostre e attribuzioni che davvero non hanno giovato alla sua, un tempo mitica, reputazione.

Infine, su una cosa può darsi che il dottor Marini abbia ragione, e cioè sulla possibilità che il dipinto di Castel Sant’Angelo non sia lo stesso passato da Sotheby’s. Ammesso che le cose stiano davvero come dice il mio cortese corrispondente, vorrà dire che ho confuso la copia lussumburghese esposta a Roma con la copia moscovita. Il fatto è che mi ero fidato del Sole 24Ore (28 marzo 2011), sembrandomi assai più una questione di mercato che non di storia dell’arte. E su questo tipo di questioni, il dottor Marini è senz’altro più competente di me».

Tomaso Montanari