E’ un ritratto sconfortante del livello di innovazione del Paese quello che emerge dal report sulla stato di attuazione dell’agenda digitale europea diffuso nei giorni scorsi dalla Commissione Ue.

A preoccupare – ma forse è ora di iniziare a dire ad allarmare – non sono tanto i dati relativi alla diffusione della banda larga che, pure, confermano che il nostro Paese è indietro – ma di misura – rispetto alla media europea quanto piuttosto quelli relativi all’utilizzo che gli italiani fanno della Rete.

La pressoché totalità degli indicatori utilizzati dalla Commissione Ue per misurare il livello di diffusione delle nuove tecnologie nei Paesi membri racconta di un Paese che usa la Rete poco e male.

La percentuale dei cittadini che utilizzano regolarmente internet (48%) è una delle più basse in Europa mentre quella dei cittadini che non usano affatto la Rete (41%) è tra le più alte.

Gli italiani continuano a non avvalersi affatto delle straordinarie potenzialità offerte dal commercio elettronico e che si tratti di home banking (17,6%),  di acquistare beni o servizi in Rete (14,7%) ,di ricercare di un posto di lavoro online (10,1%) e, persino di utilizzare internet per leggere i giornali (24,3%) restano tra gli ultimi della classe nell’Europa dei 27.

Anche sul fronte dell’e-Gov e dell’Amministrazione digitale, il rapporto della Commissione europea propone una lettura dei risultati dell’azione del ministro Brunetta ben diversa da quella che quest’ultimo continua, da mesi, a raccontare al Paese: se, infatti, è vero che la pubblica amministrazione italiana sta progressivamente mettendo a disposizione dei cittadini una pluralità di servizi online è incontestabile che i cittadini non apprezzano questi servizi o non sono, comunque, guidati ed incentivati ad utilizzarli.

Solo il 22,7% della popolazione interagisce via internet con la Pubblica amministrazione e solo il 7,5% – nonostante la CEC PAC “regalata”, a nostre spese, dal ministro Brunetta – usa Internet per inviare documenti alla Pubblica Amministrazione.

E’ la conferma – in realtà non necessaria – di una politica dell’innovazione fallimentare: il Governo continua ad imporre al Paese investimenti multimilionari per la digitalizzazione della pubblica amministrazione senza, evidentemente, essere in grado di intercettare i reali bisogni e le esigenze dei cittadini che, per tutta risposta, continuano a dialogare con la pubblica amministrazione alla vecchia maniera nonostante il suo pachidermico apparato burocratico e le inefficienze che ne derivano.

Dobbiamo cambiare rotta e dobbiamo farlo in fretta perché, se davvero, vogliamo sperare di uscire dalla crisi nella quale ci troviamo, non possiamo permetterci il lusso di continuare ad essere gli ultimi nell’Europa digitale.

Non siamo un Paese moderno ma possiamo diventarlo e dobbiamo esigere da chi ci governa che ci consenta di divenirlo perché questa è l’unica strada che può garantire un futuro a quei milioni di cittadini ai quali decenni di mala-politica hanno scippato passato e presente.