Vittorio Arrigoni, il volontario italiano brutalmente ucciso lo scorso aprile nella striscia di Gaza, non era un attivista per i diritti umani né tantomeno un martire che ha pagato con la vita il suo impegno al fianco del popolo palestinese.

Era un “consumato antisemita e un supporter di Hamas che odiava Israele e il popolo ebraico”, della cui morte è doveroso “gioire”.

Lo afferma lo storico inglese Geoffrey Alderman in un editoriale pubblicato sul settimanale Jewish Chronicle, storica pubblicazione della comunità ebraica con sede a Londra.

“Pochi avvenimenti in queste ultime settimane mi hanno dato maggiore felicità della notizia della morte del cosiddetto ‘attivista per la pace’ italiano Vittorio Arrigoni,” scrive Alderman, che non fa mistero del suo disprezzo per l’uomo diventato un simbolo della solidarietà verso i palestinesi di Gaza.

Vik, come lo chiamavano i colleghi dell’organizzazione per cui lavorava, l’International Solidarity Movement (ISM), è stato rapito e assassinato da una cellula salafita di estremisti islamici – un omicidio da cui anche al-Qaeda si è dissociata, definendolo un atto compiuto da cani sciolti, legati marginalmente all’organizzazione.

L’assassinio è stato dipinto dai media occidentali come un “affronto al mondo civilizzato”, scrive Alderman, che aggiunge: “La realtà è molto diversa. Arrigoni è arrivato a Gaza per partecipare alla violazione di un blocco navale israeliano. Come supporter di Hamas, era un consumato antisemita.”

“La morte di un Jew-hater deve sempre essere un motivo per festeggiare,” aggiunge lo storico, affermando anche che Vik usasse Facebook per diffondere immagini e propaganda anti-ebraica.

Nella sua distorta glorificazione dell’omicidio, Alderman attacca anche la stessa ISM, descrivendola come legata al terrorismo palestinese e al regime di Hamas.

L’israeliana Neta Golan, tra i fondatori dell’organizzazione, ha negato ogni legame tra l’ISM e il terrorismo: “L’organizzazione appoggia la strada della resistenza popolare e nonviolenta. Lavoriamo con chiunque voglia organizzare resistenza nonviolenta, e non abbiamo una posizione sulla politica interna palestinese.”

Stephen Pollard, direttore del Jewish Chronicle, ha commentato il controverso editoriale dicendo di “non aver alcun problema” con le opinioni espresse da Alderman. Anche Pollard rifiuta il termine peace activist: “[Arrigoni] era un membro dell’ISM. Questo non è attivismo per la pace, è lo zoccolo duro del terrorismo palestinese.”

Le affermazioni dello storico inglese hanno suscitato indignazione tra chi ha conosciuto e lavorato al fianco di Vik.

“Alcune cose sono così sconcertanti che non meritano una risposta,” ha detto Jeff Halper, attivista israeliano che conosceva bene Arrigoni. “Vik era unico. Aveva forti opinioni ed era molto politico, ma l’idea che potesse fare distinzioni tra Ebrei e non Ebrei è ridicola.”

Parlando con una giornalista, Alderman ha successivamente rincarato la dose: “[Arrigoni] era un antisemita come Adolf Hitler. Meritava di morire. Io ho gioito per la morte di un antisemita, senza provare alcun rimorso”

Non è la prima volta che viene evocato un antisemitismo inesistente per zittire le critiche verso la politica di Israele.

Durante l’operazione Piombo Fuso, tra il 2008 e il 2009, l’esercito israeliano bombardò Gaza utilizzando armi al fosforo bianco, proibite dalle leggi internazionali.

Amnesty International denunciò la presenza di residui di ordigni ancora fumanti, visibili ovunque. Per non inalare i fumi tossici del fosforo, i Palestinesi interravano i residui delle bombe sottoterra, dove bruciavano per settimane.

Anche allora le critiche ad Israele per il suo evidente impiego di armi vietate e di missili sui civili vennero caricate di una connotazione antisemita che non avevano.

Allo stesso modo, la retorica argomentativa utilizzata da Alderman nella sua sfuriata contro Arrigoni è semplice quanto fallace.

Vik sosteneva la causa palestinese, quindi era contro il governo israeliano, ergo contro il popolo israeliano, e dunque era un antisemita degno dei ranghi delle SS. Una slippery slope che dal punto di vista logico fa acqua da tutte le parti.

Un recente articolo di Alderman – che criticava una serie tv inglese in cui “non c’era nemmeno un Ebreo” – era intitolato “l’omicidio del buon senso”. Festeggiando ora la morte di Vik, il buon senso del Jewish Chronicle ha fatto la stessa fine.