Raiz, ex leader degli Almanegretta e autore dell'album "Ja!"

L’”anima migrante” dà voce all’Italia multietnica di oggi: “Ho da sempre una convinzione: il Mediterraneo, a dispetto dei confini (nord e sud, ovvero ricchezza e povertà; est e ovest, sinonimi di “arretratezza” e “democrazia”) è un’area culturalmente omogenea”.  Raiz, l’ex leader degli Almamegretta ritorna con “Ya!” (Universal, 2011): colonna sonora della diaspora dei popoli del sud del mondo in cerca di un futuro migliore. Raiz mescola tradizione e modernità con i suoni del Mediterraneo e del Medio Oriente. Un viaggio in cui la Casbah di Forcella si (con)fonde e si perde nelle vie di Kingston, Gerusalemme, Algeri, passando per Bristol sino ad arrivare a New York. Se è vero che il dialetto napoletano rende vive le parole trasmettendo sentimenti allora la sua voce naturale è quella di Raiz. Gennaro Della Volpe (alias Raiz) canta in inglese, ebraico, napoletano e italiano, a metà strada tra un Mario Merola jamaicano e un Muezzin napoletano, immerso tra tappeti di chitarre, oud ed elettronica. “Ya!” è l’ abbreviazione dell’esortazione arabo-ebraica “Yalla!” che in napoletano ha il medesimo suono e significato cioè: “dai”.

L’album vanta e conferma il sodalizio con il collettivo dei Planet Funk che firmano la produzione. Una delle canzoni più belle “‘A Rosa” è una dichiarazione d’amore cantata in napoletano su una melodia israeliana. A ricordare che l’uomo ha un unico sangue, la rilettura di “One Blood” del jamaicano Junior Reid. Il disco si chiude con “Nu filo d’erba e ‘o mare” poesia di Salvatore Palomba che Raiz interpreta su una base dub. Il nuovo singolo: “Domani, domani, domani” parla di tempo e di scelte, mentre la titletrack  fa parte della colonna sonora del film “Tatanka” – appena uscito nelle sale –, diretto da Giuseppe Gagliardo e tratto da un racconto di Roberto Saviano. Film nel quale lo stesso Raiz recita nella parte di un boss della camorra.

“Ya” sembra esprimere la vitalità e la voglia di cambiamento che sta emergendo nel mediterraneo un esplosione che grida libertà. In un’Italia che stenta ad adattarsi ai tempi divisa tra integrazione e razzismo.
Le stesse facce, lo stesso cibo, la musica simile non possono appartenere a popoli troppo diversi tra loro. Sforzarsi di riconoscere e evidenziare le similitudini pur essendo ben coscienti delle differenze è secondo me un ottimo modo per combattere il razzismo, i pregiudizi, gli integralismi e aprire la strada al confronto. Cercare di suonare musica “panmediterranea” può essere un buon contributo. Dai tempi di “Figli di Annibale” cerco di fare questo con gli Almamegretta e con i miei dischi da solista.

I video dei singoli estratti dal disco sono stati girati a Israele a testimoniare il profondo legame che hai con questa terra. Quanto ha influito la tua scelta di diventare ebreo in questo disco?
“Diventare ebreo” non è una buona definizione del mio percorso spirituale: preferisco dire che sono tornato alla pratica di qualcosa che appartiene alla mia anima dalla nascita. Ho voluto girare i miei video in Israele per mostrare una faccia del paese che veramente in pochi conoscono: la faccia della gente comune, della vita di tutti i giorni. Purtroppo i pregiudizi e gli stereotipi su israeliani e palestinesi si sprecano, in televisione si vedono solo immagini di militari e terroristi a dispetto di tutte le persone “normali” che della guerra ne hanno fin sopra i capelli e non vedrebbero l’ora di poter essere messi in condizione di cooperare per il bene comune e una pace giusta e durevole. Personalmente ne conosco tanti.

La canzone “Yalda Sheli” è la storia di un soldato lontano dai suoi affetti. Cosa pensi della scelta della Nato di bombardare la Libia?
L’Italia da sempre si distingue per ambiguità e poca chiarezza di idee specie in politica estera. A villa Pamphili ci sono ancora le tracce della tenda di Gheddafi, uno dei più feroci dittatori del Mediterraneo – provate a chiedere ai profughi tripolini che sono scappati in Italia alla fine degli anni ’60 per sfuggire a un sicuro pogrom, chi è l’amico o ex amico del nostro primo ministro – e noi già gli mandiamo i bombardieri appiattiti sulla linea neocolonialista di Sarkozy. Per me il colonnello meriterebbe la sentenza più dura che gli potrebbe riservare un tribunale internazionale contro i crimini di guerra, ma perché fino a ieri era accolto da noi con la fanfara – sorge poi legittima la domanda sul motivo che ci ha spinto alla guerra in Iraq: Gheddafi è meglio forse di Saddam Hussein? – e oggi lo bombardiamo all’unanimità con la sola obiezione “umanitaria” della Lega che teme solo nuovi “terroni” ai confini padani? Realistiche alternative non sarebbero mancate.

La tua adesione, lo scorso sette ottobre, e quella di Roberto Saviano alla manifestazione “Per la verità! Per Israele!”, ha suscitato non poche polemiche. Perché un artista che ha fatto della propria musica il manifesto della pace e dell’integrazione tra popoli, ha ritenuto giusto aderire?
Tonnellate di idiota e menzognera propaganda da entrambi i contendenti e relativi supporters internazionali vengono vomitate su questo terribile e dilaniante conflitto. Tutti, a ormai 63 anni dall’anno della fondazione dello stato ebraico mantengono le stesse posizioni che non hanno risolto niente. Io sono molto legato ad Israele e sono amante della verità: ho aderito alla manifestazione perché penso che la verità sia necessaria per sfatare miti e ridicoli manicheismi, perché le acque stagnanti delle opinioni su questo conflitto vanno smosse con coraggio. La verità farà bene comunque ad Israele: sia quando finalmente sarà chiaro e palese a tutti che il mondo arabo non la riconosce per opportunismo politico interno e che i migliori amici dei palestinesi paradossalmente, in una prospettiva di pace e mutuo rispetto e riconoscimento, potrebbero essere proprio gli israeliani e sia quando mette di fronte il suo governo al fatto che il ritiro dai territori occupati è una cosa che va necessariamente fatta al più presto e la genesi di uno stato palestinese va aiutata.
 Non vedo nulla di contraddittorio tra le mie idee di pace ed integrazione tra popoli con la mia adesione alle parole d’ordine di questa manifestazione, anzi. Probabilmente io ed alcuni dei suoi promotori la pensiamo in maniera diametralmente opposta in molte cose, ma tutti i relatori, dal presidente della Comunità Ebraica Romana Pacifici, a Saviano, a Fassino, Veltroni a Fiamma Nirenstein si sono espressi apertamente a favore della formula “due popoli, due stati”, per i diritti dei palestinesi, dei cittadini arabo-israeliani, il riconoscimento pieno e risoluto del diritto all’esistenza di Israele presso gli stati arabi. Queste mi paiono le basi per il dialogo: chiunque parta da meno di questo, da una parte come dall’altra è una persona con la quale non mi interessa confrontarmi. 
Piuttosto tu avresti fatto la stessa domanda a uno dei “pacifisti” nostrani che sbandiera senza vergogna i vessilli di un partito oggettivamente fascista (in primis con i suoi stessi connazionali) come Hamas?

di Daniele Sanzone ‘A67