L’imminente battaglia referendaria riguarda tutti i servizi locali, non solo l’acqua, come si tende a far credere per ragioni, volendo essere benevoli, di “impatto emotivo”. Sembra un’ottima occasione per discutere serenamente di quel che ci sta dietro, cioè il concetto di “servizio universale”. Un servizio universale è tale quando si decide che deve essere fornito a tutti i cittadini gratuitamente (o a prezzi molto bassi), e con pari caratteristiche qualitative. E ciò indipendentemente da quanto costa alla collettività produrlo: è evidente che lo stesso servizio fornito a un paesino in montagna può costare alla collettività molto di più, per persona servita, che in una città di pianura. Vi è assoluta convergenza politica sul fatto che l’istruzione e la sanità debbano essere “servizi universali”. Il fatto che il contributo fiscale dei redditi alti sia molto più elevato di quello dei redditi bassi fa sì che questa scelta abbia forti contenuti redistributivi : dai ricchi ai poveri, si contribuisce in modo diverso ma si gode del servizio in modo egualitario.

MA PER FARE servizi universali ci vogliono un sacco di soldi pubblici, che a volte sono molto scarsi. Allora spesso si ricorre a ulteriori meccanismi, per far in modo che i ricchi paghino di più anche nel godimento dei servizi, non solo nel loro finanziamento. È il caso dei ticket sanitari, di cui godono solo alcune categorie, o le tasse universitarie, differenziate per reddito, o gli abbonamenti super-scontati ai pendolari. Estendere il principio ad altri servizi, oltre che a scuole e sanità, è costosissimo. I “servizi candidati” in prima ipotesi sono: acqua, trasporti, elettricità, servizi postali, un domani Internet. La casa non è più tra i servizi universali, costerebbe troppo (è sussidiata solo per alcune categorie). Allora occorre scegliere. Le priorità sociali da zona a zona possono essere molto diverse, come possono essere molto diversi i costi per fornire questi servizi. Più sono i servizi universali, meno soldi ci saranno per sussidiarli, in funzione dei costi di produzione e delle priorità. Pensiamo a un paesino isolato con forti valenze turistiche in una zona con acqua scarsa: è sensato, per rispettare un principio astratto, affrontare costi enormi per sussidiare di fatto seconde case di cittadini benestanti? I dubbi sembrano più che legittimi. Non sembra meglio considerare le situazioni caso per caso, e lasciare poi al dibattito democratico locale le scelte delle priorità sociali? E ragionamenti simili si possono fare per tutti i servizi.

COSA DICE l’imminente referendum, in buona sostanza? Abolisce l’obbligo di fare le gare, che potrebbero vincere privati o pubblici più efficienti (cioè che chiedono meno soldi per fornire i servizi in un determinato periodo, e con certe caratteristiche qualitative specificate nel bando: far gare significa questo, in buona sostanza). Poi il prezzo di vendita dei servizi sarà deciso da quanto l’amministrazione vorrà spendere per sussidiarli, in funzione delle sue priorità e delle sue risorse.

E qui emerge l’aspetto più tragico della questione, e il meno noto: le amministrazioni locali non vogliono assolutamente fare gare per risparmiare soldi pubblici. Lo hanno dimostrato moltissime volte. Le gestioni pubbliche senza gare infatti hanno due eccellenti caratteristiche: a) le imprese non possono fallire anche in caso di gestioni corrotte o dissennate, b) si possono realizzare meccanismi clamorosi, a volte addirittura espliciti, di “voto di scambio”. La Lega assume “padani” , gli appalti di manutenzione vengono dati alle “cooperative rosse”, manager super-retribuiti sono spesso politici locali a fine carriera, ecc.

Tutto ciò sarebbe eliminato con le gare? Certo no, ma è reso molto più difficile: l’impresa inefficiente (che assume i parenti del sindaco o si serve di fornitori “vicini alla politica”) perderà soldi, quella che fornirà servizi inadeguati per qualità perderà la gara successiva e si rovinerà il curriculum per gare da fare altrove. In alcuni paesi europei la prima tornata di gare è stata vinta in blocco da imprese private efficienti, ma al “secondo giro” molte gare sono state vinte dalle stesse imprese pubbliche che le avevano inizialmente perdute, perché costrette ad efficientarsi rapidamente per non sparire.

Non fare gare non significa proteggere la socialità dei servizi: questa può e deve essere tutelata dai sussidi che la mano pubblica intende erogare per abbassare i prezzi (anche fino a zero, se così decide), in funzione di priorità democraticamente espresse. Non fare gare significa proteggere i fornitori, pubblici o privati, inefficienti o collusi con le amministrazioni. Anzi, più la produzione dei servizi è inefficiente, cioè costosa, meno soldi ci saranno per sussidiare i servizi, cioè meno soldi per gli obiettivi sociali.

LA TRAGEDIA politica, come si è detto, è in realtà la ferrea volontà “bipartisan” espressa in questi anni dagli enti locali di non voler far gare per ridurre i costi, sicuri che comunque alla fine i soldi sarebbero arrivati (nessuna impresa pubblica locale è mai fallita). Per questo purtroppo è necessaria una normativa nazionale che renda le gare obbligatorie. Sarebbe poi opportuna una autorità indipendente di vigilanza e di supporto tecnico sulle gare, ma intanto non bisogna assolutamente tornare indietro: non c’è nulla da perdere a cambiare, alla peggio la gara la vince l’impresa che c’è già. Il referendum detto impropriamente “per l’acqua” può davvero generare “danni collaterali” devastanti.

di Marco Ponti, professore di Economia dei trasporti al Politecnico di Milano