di Raffaele Liucci
«Non si può dedicare un certo numero di anni allo studio dei miti o dei materiali mitologici senza imbattersi più volte nella cultura di destra e provare la necessità di fare i conti con essa». Quando il germanista Furio Jesi, talentuoso autodidatta, pubblicò il volume Cultura di destra nel ’79 (pochi mesi prima di scomparire prematuramente a soli trentanove anni), in Italia la cultura di destra era un tabù.

Norberto Bobbio aveva declassato i libri usciti durante il Ventennio a «ciarpame che può incuriosire lo storico del costume o della follia umana più che quello delle patrie lettere». Guido Quazza, illustre cattedratico torinese, aveva preso a male parole un giovane docente, Emilio Gentile, reo d’aver pubblicato un ponderoso tomo, sine ira ac studio, sulle origini dell’ideologia fascista. Il Msi di Almirante e dell’imberbe Fini era ancora rinchiuso nel «ghetto», con le sue cooperative librarie semiclandestine intente a far circolare le opere dei mostri sacri, da Julius Evola in giù. Ecco invece un intellettuale irregolare ma dal pedigree democratico, come Jesi, affrontare di petto un tema tanto scabroso.

Il suo era un viaggio rapsodico attraverso le pagine inedite o smarrite di personaggi assai disparati (Spengler, Frobenius, Eliade, Pirandello, Bachofen, d’Annunzio), alla ricerca di alcune presunte costanti della «cultura di destra»: il linguaggio esoterico delle «idee senza parole», la «ripugnanza per la storia, camuffata da venerazione del passato glorioso», l’«immobilismo cadaverico che si finge forza viva e perenne». Da smaliziato mitologo, Jesi aveva buon gioco nel decostruire i retaggi alla base del pensiero tradizionalista e razzista, poi confluiti nell’alveo dei fascismi europei.

Particolarmente suggestive le sue spigolature su alcuni autori minori, ma un tempo popolarissimi. Come Salvator Gotta, colto da un violentissimo raptus erotico (quasi un Bondi d’annata) ogni volta che nei suoi romanzi evocava il duce: «Le sue frasi sono schiette e acute come la lama d’acciaio: s’incidono nel mio cuore ad una ad una. L’attimo del congedo ridesta d’improvviso il mio orgasmo». Oppure Liala. I suoi libri rosa andavano a ruba. In un’età pre-televisiva, milioni di proletari e borghesi piccoli piccoli trovavano in quelle operine una valvola d’evasione. Lei parlava un linguaggio «che non chiede d’essere “capito” in alcun modo, se “capire” significa un qualunque sforzo della ragione. È il linguaggio della vacanza organizzata da chi ha il potere per chi non lo ha, in modo che quella vacanza sia cessazione di ogni sforzo». Corsi e ricorsi della storia.

Riletto oggi, il libro di Jesi si presta a un duplice giudizio. Da un lato, non si può non ammirare la sua prodigiosa erudizione, lo stile sempre arguto e penetrante, la capacità di scandagliare i testi alla ricerca dei nessi reconditi. Dall’altro lato, il suo lavoro appare in alcune parti un po’ datato, figlio del clima inquisitorio degli anni Settanta, che marchiava qualsiasi autore vagamente destrorso quale responsabile morale dei forni crematori o delle bombe stragiste.

Il tema sollevato non ha comunque perso d’attualità. È anzi tornato alla ribalta dal ’94, quando i postfascisti uscirono a riveder le stelle. Ormai la cultura di destra stava diventando un’etichetta passepartout, buona per raggruppare sotto la stessa insegna una miscellanea poco omogenea di nomi, correnti e testate. Per esempio, che cosa avranno mai in comune l’agnostico e antitaliano Prezzolini, il neopagano Evola, il cattolico conservatore Del Noce e l’antipartitocratico Giuseppe Maranini? Pressoché nulla, se non una certa ostilità allo spirito dei tempi. Forse, più che una cultura di destra con un adeguato retroterra, ci sono stati grandi profeti inascoltati, sopravvissuti in uno splendido isolamento. Ogni uomo è un’isola, potremmo dire parafrasando il poeta John Donne.

Un anno e mezzo fa Roberto Saviano confessò d’essersi formato «su molti autori della cultura tradizionale e conservatrice», da Jünger a Céline. Grazie a loro aveva imparato l’etica dell’eroismo, in un Sud incancrenito dal fatalismo e dall’apatia. Questo outing suscitò lo sdegno dello scrittore siciliano Vincenzo Consolo. Eppure, le parole di Saviano riecheggiano, inconsapevolmente, un concetto espresso nel ’47 sul «Politecnico» da un altro siciliano, Elio Vittorini: «La linea che divide, nel campo della cultura, il progresso dalla reazione non s’identifica esattamente con la linea che li divide in politica».

Forse il punto è questo. Piaccia o non piaccia, un intellettuale – di «destra» o di «sinistra» – non può venir inchiodato alla propria biografia politica (ammesso che ne abbia avuta una). I suoi scritti hanno sempre una vita autonoma, spesso imprevedibile. Se qualcosa resterà di lui, sarà la sua opera, non certo la biografia (quando oggi leggiamo Dante ci facciamo forse influenzare dalle sue opinioni sulla società dell’epoca?). Per questo, assegnare un patentino politico ad ogni uomo di cultura e poi incasellarlo in un comparto stagno significa, per dirla con Italo Calvino, rinunciare al «senso della complessità del tutto, del brulicante o del folto o dello screziato o del labirintico o dello stratificato».

Saturno, Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2011