Il Question time che si tiene regolarmente nella House of Commons, a Londra, rappresenta un’occasione in cui i parlamentari del Regno Unito possono avere un confronto diretto con i membri dell’esecutivo. È buona norma del Parlamento britannico pensare che chi governa debba rendere conto di ogni azione politica ed essere pronto a giustificarla.

L’equivalente italiano sono le interrogazioni parlamentari. Generalmente un rito vuoto, un insieme di paroloni e concetti sconnessi che vengono trasmessi dalla Rai il mercoledì pomeriggio, dove viene mostrata un’aula semi-deserta nella quale i presenti sonnecchiano o fanno credere, con scarsi risultati, di essere interessati alla discussione. Ciò che succede durante queste sedute nel nostro Paese non fa quasi mai notizia. Il tutto, inoltre, segue una struttura molto rigida: chi pone la domanda ha un minuto per esporla, chi risponde ha fino a tre minuti per farlo e l’interrogante ha in seguito altri due minuti per replicare. Ulteriore tedio è poi aggiunto dalla scarsissima enfasi dei protagonisti del dibattito nel leggere i propri interventi.

Invece a Westiminster funziona diversamente. Salvo impegni improrogabili, ogni mercoledì il primo ministro si sottopone per mezz’ora alle incalzanti domande dei membri del parlamento. La prima volta che vidi su Bbc News il momento delle Questions to the Prime Minister (domande al primo ministro), rimasi perfino sorpreso dalle modalità con le quali si svolge quella che già nell’800 era una pratica ben consolidata. Assistere al Question time non risulta per niente noioso, e spesso gli scontri verbali che si sviluppano nel corso della seduta riescono a catturare l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica.

Il dibattito è moderato dallo Speaker dei Commons, il quale, in funzione di presidente della Camera, riceve le domande dei parlamentari e prepara l’ordine del giorno con la scaletta della seduta. Il premier è dunque al corrente delle domande, analogamente a quanto accade in Italia. Ma le similitudini sembrano fermarsi qui. Il quesito iniziale, infatti, presenta un carattere generale, il cui aspetto introduttivo mira a raggiungere due obiettivi. Intanto quello di far in modo che il premier possa aggiornare l’assemblea sui lavori in corso, e poi quello di “testare” la sua capacità di rispondere con prontezza e competenza a proposito di un tema non “preconfezionato”. Se la domanda introduttiva viene abitualmente formulata dal leader dell’opposizione, o “primo ministro ombra”, le altre vengono via via da parlamentari tanto dell’opposizione quanto della stessa maggioranza.

Ecco perché il dibattito risulta snello e dinamico, gli interventi degli oratori liberi, comprensibili e non affossati negli abissi del politichese. Ci si prepara sugli argomenti e sul loro contenuto, non sulla forma in cui esporli per edulcorarli e renderli più vendibili al pubblico. La discussione è accesa, il dibattito è aspro, ma c’è sense of humour, spontaneità, partecipazione e c’è un premier preparato, attento e in prima linea nel dar conto dei progetti del governo che dirige. Ma l’elemento fondamentale è che il confronto tra le parti è diretto, senza intermediari, in modo che i media siano il veicolo delle parole del potere verso il popolo, principale destinatario della conversazione. Le telecamere non si riducono ad essere un mero canale per scambiarsi insulti e dichiarazioni a caldo, né le luci di un salotto nel quale farsi pubblicità impomatati e imparruccati.

Ho provato infine figurarmi un “modello Westminster” applicato allo scenario politico italiano. Sfortunatamente, l’immagine che mi è venuta in mente corrisponde più o meno a quella di un insegnante incompetente che interroga un alunno impreparato mentre i compagni si tirano palline di carta.

di Luca Russo, giornalista italiano a Londra