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Giustizia & impunità | di Redazione Il Fatto Quotidiano | 6 marzo 2011

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Giustizia, una riforma contro i magistrati
Se ci fosse già il Rubygate non sarebbe iniziato

Silvio Berlusconi la definisce “una riforma epocale” e giura che nulla ha a che fare con i suoi guai giudiziari. O meglio: lo riguarda, perché essendo una delle persone più indagate d’Italia anche lui potrà usufruire dei presunti vantaggi di una riforma che giovedì prossimo sarà tema di un consiglio dei ministri straordinario. Non solo. Se la riforma fosse già in vigore probabilmente non sarebbe mai iniziata l’inchiesta sui festini di Arcore. Nel frattempo, tra quattro giorni in Cdm verranno affinati gli ultimi particolari. Passaggi e contenuti del documento però sono già di pubblico dominio. Ed è proprio tra le pieghe del progetto pensato dal Guardasigilli Angelino Alfano che si annida il cortocircuito o meglio la trappola. Per farla breve: se la riforma della giustizia fosse già in vigore, quasi certamente, lo scandalo Ruby e la conseguente inchiesta non sarebbe mai iniziato.

Partiamo da qui. Il documento prevede, infatti, due passaggi decisivi: da un lato una sorta di discrezionalità sull’azione penale e dall’altro una maggiore autonomia della polizia giudiziaria. Attualmente, infatti, la legge prevede l’obbligatorietà dell’azione penale.  E dunque non è prevista una valutazione da parte dei magistrati, che devono iniziare a indagare ogni qual volta si presenta un’ipotesi di reato. In realtà, le indagini vere e proprie non le fanno i pm, ma la polizia giudiziaria, carabinieri, polizia, guardia di finanza. Resta però un punto: il coordinamento. Che spetta in tutto e per tutto al magistrato. In questo modo si crea una struttura verticistica tra pg e procura. Tutto si fa su delega del sostituto procuratore. Questo è lo stato attuale della magistratura inquirente all’interno del giusto processo. La struttura però non piace a Berlusconi che in ciò vede troppa autonomia della magistratura. In realtà, quello che il premier detesta altro non è che il principio della divisione dei poteri pensato da Montesquieu. E dunque cosa succederà se la riforma dovesse passare? Intanto, il documento conta su una modifica che prevede di dare una priorità alle indagini. Ecco un primo cambiamento: decide il parlamento, non la magistratura. E lo fa su indicazioni dello stesso Guardasigilli. Iniziano così ad allentarsi i confini che separano i poteri. E del resto la domanda sorge spontanea: se questa legge fossa stata operativa già all’epoca della notte in questura di Ruby, quale sarebbe stata la linea del ministro della Giustizia? Il caso avrebbe assolto ai canoni della priorità? Il parlamento avrebbe dato il via libera a Ilda Boccasisni di indagare sul capo del governo?

Ma non è finita. Compulsando il corposo fascicolo della riforma salta fuori un altro elemento che inquieta. Si tratta del capitolo che riguarda la polizia giudiziaria. L’idea è quella di dare maggiore autonomia agli investigatori. Cosa succede? Avranno totale libertà d’azione. Senza dover più riferire continuamente ai pm. A coordinarli, quindi, non sarà più la procura, ma i vari ministeri competenti. Nel caso di Ruby, la pg della procura e lo Sco avrebbero dovuto relazionarsi direttamente con il capo del Viminale Bobo Maroni.

Il quadro è chiaro. E viene rafforzato dagli altri punti caldi della riforma. A partire dalla separazione della carriere tra magistratura inquirente e magistratura giudicante. “Accusa e difesa devono essere alla pari”, ha spiegato Alfano. Il passaggio è decisivo e modificherà l’articolo 111 della Costituzione. Per capirci quella del giusto processo, invocato spesso dal presidente Napolitano per rassicurare il premier sulla regolarità del processo che dal 6 aprile prossimo lo vedrà imputato per concussione e prostituzione minorile. Il progetto, poi, se ne porta dietro un altro ancora più devastante per l’assetto della giustizia: la creazione di due Csm, uno per i pm e l’altro per i giudici. In realtà si tratta di due scatole vuote con soli poteri amministrative. Perché, ad esempio, le sanzioni disciplinari spetteranno a un’Alta corte costituita da due terzi da membri laici e solo da un terzo da togati. La riforma, dunque, svuoterà l’organo supremo della magistratura. I due csm infatti, non potranno fare delibere d’indirizzo, né dare pareri sulle leggi, né approvare pratiche a tutela.

A questo punto l’idea è chiara: limitare, in ogni modo, l’azione della magistratura. Il testo, definito “epocale” dal Cavaliere, prevede che giudici e pm siano direttamente responsabili per quello che fanno e decidono. Il che si traduce in una responsabilità civile che, se entrerà in Costituzione, modificherà il lavoro delle toghe. A questo va aggiunto tutto il resto: la divisione di ruoli con due csm svuotati, il rafforzamento del poter del Guardasigilli che potrà indicare la priorità sulle inchieste. Un atto d’indirizzo poi ratificato dal parlamento e che confonde i piani mettendo i magistrati nelle scomode condizioni di non sapere su cosa o chi indagare.

Qualcosa di buono però c’è. E sono i tempi. La riforma così com’è ancora non è arrivata al Colle. Ci andrà dopo il cdm di giovedì. Di più: essendo legge costituzionale ha bisogno di un doppio passaggio tra Camera e Senato, oltre a una maggioranza asosluta prevista nell’ultima votazione. Se così non sarà, è previsto un referendum confermativo. insomma, c’è ancora un po’ di tempo.

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