Sono partita qualche tempo fa per Londra, per provare a costruirmi una speranza che nel mio paese di origine, l’Italia, mi era stata continuamente, impietosamente, annientata.Il problema è che questo sogno, questa speranza, mi sono resa conto di  non essere neanche più in grado di capire come si costruisca, come possa essere fatto, di che materia. Cosa significa avere un futuro,una prospettiva? Cosa significa poter immaginare che il tuo lavoro, qualunque esso sia, porti un contributo alla società, che la società ha bisogno di te, e non cerca solo di sfruttarti e marginalizzarti perché chi è nato nel momento giusto e nel posto giusto, e si è costruito il suo castelletto di sicurezze e privilegi, possa continuare a fare quello che fa?

Fin da quando mi sono iscritta all’università in Italia, mi è stato insegnato che il mio parere non contava, che dovevo solo imparare passivamente, che non ero una persona dotata di sufficienti mezzi per sviluppare un pensiero mio, autonomo. Che insomma, non ero un adulto, ma qualcosa di mezzo, forzatamente mantenuto in uno stato adolescenziale, chiamato studente. Il mio compito era quello di scaldare i banchi in modo da non laurearmi troppo presto, in modo da non ingolfare troppo presto l’inesistente mercato del lavoro.

E oggi? Ho la tremenda sensazione che anche qui ci sia stata una sorta di genocidio, non certo fisico per fortuna, ma morale e psicologico, di un’intera generazione. Però, al contrario di quanto avviene in Gran Bretagna, quelli che sono rimasti in Italia non sanno neanche che cosa gli è stato tolto, essendo ormai abituati alla paradossale situazione “ugolina”, del padre che mangia i suoi figli.

È proprio a queste persone che mi rivolgo. A quelli che, come è successo recentemente anche a me, a una richiesta di consiglio e aiuto, mi hanno risposto che la situazione è un disastro, che si sta solo licenziando, che c’è la fila così, che non c’è nessuna speranza. A loro, che questa situazione alimentano nei fatti e con i loro messaggi di sciagura – perché ci marciano, perché vanno avanti non in quanto sono bravi e fanno una buona gestione di ciò che hanno in mano, ma perché sfruttano persone come me -, a loro vorrei mandare questo messaggio. A nome di tutti i precari e di tutti quelli che devono pure rendere grazie dopo aver lavorato senza diritti e tutele. E vorrei invitare tutte le persone come me a cominciare a fare lo stesso con chi li sta sfruttando e ha pure il coraggio di dare la colpa a qualcun altro, o alla crisi.

In Italia la crisi c’è da molto prima del 2009, in Italia la crisi è nella testa delle persone, che lottano e litigano per il loro piccolo feudo, per mantenere lo status quo a tutti i costi. Se impiegassero la loro energia e intelligenza a far funzionare le cose, a investire sulle risorse e sul futuro, su idee fresche e nuove, forse comincerebbero ad essere competitivi invece che piangere miseria. Ma non voglio fare paragoni con l’estero, dire che si dovrebbe fare così perché lo fanno gli altri, altro terribile vizio italiano che dimostra un popolo fondamentalmente insicuro di se stesso. Mi sono anche stufata di lamentarmi. Mi sono stufata di perpetuare i peggiori vizi italici.

Basta. È ora di cambiare, tutti. È ora di cominciare a cambiare nell’atteggiamento, prima di tutto, nella mentalità. Cominciando dalle nostre azioni quotidiane, rifiutare uno stato dei fatti sempre più inaccettabile. Siamo così abituati a sentire menzogne che abbiamo cominciato a mentire a noi stessi. Non ditemi che c’è la crisi, la crisi siamo noi.

Basta, io torno in Italia. Ma per cambiare le cose.

Irina Fallace, artigiana italiana a Londra