Era una giornata di autunno 2009. Sara Tommasi l’avevo cercata sul cellulare e le avevo spiegato che volevo incontrarla per raccontare la sua storia nel libro sulla condizione femminile in Italia (Ma le donne no, Feltrinelli). Lei si era un po’ stupita: perché proprio io? Perché nel libro stavo cercando di capire le origini di un fenomeno che io intravedevo bene ma che volevo indagare meglio: come mai le donne italiane, convinte di essere libere e padrone del proprio corpo, avevano smesso di lottare per la propria indipendenza. Volevo andare all’origine di un sistema che aveva permesso fenomeni come la nascita e l’evoluzione del velinismo politico o la degenerazione dell’immagine delle donne in televisione e nella pubblicità.

Sara Tommasi era perfetta per raccontare questa retrocessione: perché lei era laureata alla Bocconi e aveva scelto una carriera da velina (paperetta a Paperissima, valletta al Paolo Limiti Show, schedina a Quelli che il calcio), con tutti gli annessi e connessi, compresa rifacitura del seno, apparizione nuda su calendario di Max, partecipazione all’Isola dei Famosi. Era insomma il prototipo di questa pseudo emancipazione che teorizza la libetà di usare il proprio corpo per arrivare alla meta.

Pensavo che avrebbe rifiutato, invece accettò di parlare di questa sua scelta. L’appuntamento è sotto casa sua, in viale Papiniano a Milano. Suono e aspetto una decina di minuti. Niente. Vado in portineria e la faccio chiamare. Passano ancora una decina di minuti e alla fine si presenta, vestita da diva, come se stesse per andare in onda, cioè mezza nuda. Con sandali e tacchi del 12. Le dico che fuori tira vento e fa freddino. Rientra per prendere una sorta di spolverino e cerchiamo un bar. Le propongo di fare due passi e arrivare in un posto lì vicino dove fanno il marocchino buono. Conciata com’è non può camminare. Vuole chiamare un taxi, le propongo di prendere la mia macchina, una Micra detta familiarmente “la bosniaca” per via delle svariate ammaccature. Lei sale con una certa riluttanza (evidentemente è abituata ad altre cilindrate), facciamo appena cinquecento metri e siamo a destinazione, via San Michele del Carso.

Ci sediamo e i camerieri ronzano intorno al tavolo con una solerzia che non avevo mai visto prima. Lei fa l’indifferente, ma è chiaro che è compiaciuta da tanto interesse. In effetti non passa inosservata: indossa un abitino succinto, gambe e braccia nude, capelli freschi di phon, falcate panterate, aria da scaltra seduttrice. Le piace essere guardata e lo dice: che male c’é? A tutte le ragazze piace essere al centro dell’attenzione, essere belle e ammirate. A te no?

Sinceramente non è una delle mie priorità quando vado al bar la mattina con indosso un paio di jeans, gli stivali e una camicia sotto il cappotto, ma non so bene che rispondere. Lascio cadere il discorso. Lei però chiarisce: a me piace fare gli “stacchetti”. Cosa è uno stacchetto, chiedo ingenuamente? Lei mi spiega, come se fossi uscita dal paleozoico, che è quando entra in scena la velina e si dimena davanti alle telecamere. “Lo stacchetto per una come me è un’opportunità, come fare le fotocopie in ufficio per una praticante di legge”.

Qui comincia una conversazione dove io voglio capire perché lei ha buttato una laurea in Economia alla Bocconi e lei mi vuole convincere che non l’ha buttata affatto, ma che l’ha usata per vendersi meglio. Il Sarapensiero è il seguente: “Dopo 4 anni di Bocconi ho imparato a fare la manager di una grande azienda. In questo caso il prodotto sono io, un prodotto da vendere sul mercato dello showbusiness”. Lei teorizza la seguente serie di cose: che non vuole fare una vita “normale”, cioè quella banale trafila scuola-studio-lavoro famiglia. Lei vuole una vita glamour, si vanta di essere nella squadra di Lele Mora e di conoscere Fabrizio Corona. Ecco il fior fiore di quella conversazione: “Fare la paperetta non è squalificante, sono cresciuta facendo ballare la Barbie, ora sono io che ballo, che mi metto in mostra, non la trovo una cosa volgare”. “Solo chi fa il moralista e il bacchettone pensa che una paperetta si vende. E’ solo un gioco di ragazze. E’ dalla notte dei tempi che il mondo gira così”. “Ero partita con l’idea di non spogliarmi, l’avevo detto a tutti. Ma poi come si fa? Dove vai se non ti spogli?”. Dice che non rifarebbe l’università: “Salterei a piè pari, una perdita di tempo”. Sostiene che gli ex compagni di corso, travolti dalla crisi post crac Lehman Brothers, la invidiano e le dicono: “noi adesso siamo disoccupati, tu sì che hai capito tutto”: Rivendica con sicurezza la sua strada: “Chi l’ha detto che è più degno e morale lavorare in finanza che fare il mio lavoro? Io non voglio giudicare, ma i soloni non vengano a giudicare me. Il mondo moderno è veloce, bisogna agire e non perdersi in chiacchiere”. Racconta che la madre Cinzia si era arrabbiata  per il nudo: “Per lei una che fa il calendario non è seria. Mi dice sempre: a me sembra che ti sei fatta togliere le mutande da tutta Italia. Io le ho detto che per me, invece, è arte. Insomma, è un percorso della carriera e della mia vita”.

Ero uscita da quel colloquio frastornata da questo misto di spregiudicatezza, sicurezza e perdizione, con un senso di disagio. Di ingenuità, anche. Ricordo che avevo pensato: questa finisce male. Mi era rimasta una sensazione di sudicio. Non solo per lei, ma per il mondo che si intravedeva dietro le sue parole. L’avevo riaccompagnata sotto casa in macchina perchè con i tacchi non sapeva muoversi da sola per la città. E quella immagine mi torna in mente oggi. Di lei che traballa sul selciato, va all’edicola e compra La Gazzetta dello Sport e Chi, “I miei giornali di riferimento”.

Il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2011