Mai lo scontro istituzionale aveva raggiunto questo livello. Mai si era vista la Corte Costituzionale rispondere ad un attacco del potere politico in modo così chiaro e diretto. In due giorni Berlusconi è riuscito a trascinare nello scontro totale i poteri dello Stato. Dopo gli attacchi ai magistrati di Milano, dopo l’ipotesi di un bavaglio all’informazione proposta dall’ufficio di presidenza del Pdl, dopo il gelo con il Colle, che su un decreto legge sulle intercettazioni non vuole sentire parole, il premier è riuscito ad attirare la risposta sdegnata della Consulta, per voce del suo presidente, Ugo De Siervo. Le decisioni della Corte – ha detto De Siervo durante la sua relazione sulla giurisprudenza costituzionale del 2010 “rappresentano il punto di arrivo di un organo sicuramente imparziale, asserire il contrario è denigratorio per la Corte costituzionale e gravemente offensivo per ciascuno di noi”.

De Siervo ha voluto sottolineare che “le continue reiterazioni di valutazioni del tutto infondate, a proposito del fatto che i giudici di questa Corte giudicherebbero sulla base di loro asserite appartenenze politiche, mi obbliga ancora una volta a ricordare che i giudici costituzionali sono appositamente scelti da organi diversi, fra i più rappresentativi delle nostre istituzioni entro categorie professionali particolarmente qualificate, in modo da garantire la loro più larga indipendenza di giudizio”.  Una risposta netta e precisa, dopo gli attacchi delle scorse settimane seguiti alla parziale bocciatura del legittimo impedimento. Ma il passaggio successivo, se necessario, è ancora più chiaro: “Di bolscevico qui non c’è nessuno. Alcuni di noi sono molto moderati, eppure ci ritroviamo ribattezzati”.

Il “battesimo”, come lo chiama De Siervo, è il frutto dell’ultima trovata della linea di Berlusconi, passato dai toni moderati a quelli del furore nell’arco di poche ore. Dopo la richiesta di giudizio immediato inoltrata ieri dalla procura di Milano, il premier – e l’intero Pdl – hanno infatti alzato il livello dello scontro, paragonando i magistrati milanesi a una specie di associazione sovversiva, qualcosa di molto simile alle Brigate Rosse: una “avanguardia rivoluzionaria” che vuole sovvertire il voto, nel “disprezzo del popolo e del parlamento”. Un modo per introdurre l’ultima idea che la maggioranza ha messo in campo per salvare Berlusconi dai processi: un decreto legge per intervenire sulle intercettazioni. L’idea di decreto doveva essere poi sottoposta al presidente della Repubblica Napolitano, per sondarne gli umori. Ma quando le  agenzie battono la notizia di un incontro al Colle, passano solo pochi minuti e dal Quirinale arriva la secca smentita: “Nessun incontro previsto”.

Intanto, per dare un peso alle parole del capo, l’ufficio di presidenza aveva licenziato un documento che il ministro Frattini aveva anticipato come “serio ed equilibrato”. Eccone un passaggio: “L’Ufficio di presidenza del Popolo della Libertà esprime pieno sostegno al premier Berlusconi, vittima da 17 anni di una persecuzione che non ha precedenti nella storia dell’Occidente. Stabilisce inoltre di avviare tutte le iniziative politiche necessarie per difendere il diritto di tutti i cittadini ad una Giustizia giusta e di intraprendere tutte le opportune iniziative parlamentari per scongiurare un nuovo 1994 o, ancor peggio, che a determinare le sorti dell’Italia sia una sentenza giudiziaria e non il libero voto dei cittadini”.

L’equilibrato documento prosegue denunciando la deriva stalinista dello stato: “La Procura di Milano appare ormai come una sorta di avanguardia politica rivoluzionaria, in sfregio al popolo sovrano ed ai tanti magistrati che ogni giorno servono lo Stato senza clamori e spesso con grandi sacrifici. Essa agisce come un vero e proprio partito politico calibrando la tempistica delle sue iniziative in base al potenziale mediatico”.

Il partito del premier non rileva che fu proprio un pool di magistrati coordinato da Ilda Boccassini a portare alla sbarra gli esponenti delle nuove Br, che tra la fine degli anni 90 e l’inizio degli anni 2000 uccisero Massimo D’Antona e Marco Biagi. Rileva, invece, una persecuzione nei confronti del premier, come ribadito anche questa mattina da Fabrizio Cicchitto: “L’iniziativa della magistratura di Milano contro Berlusconi – premette il capogruppo del Pdl – è un’iniziativa marchiata e segnata da un evidente fumus persecutionis e da un evidente uso politico della giustizia” e, per questo, “noi abbiamo fatto presente ieri che non è una questione giudiziaria ma politica”. “Questo implica il fatto che noi svilupperemo su questo un’iniziativa politica e che la difesa di Berlusconi svilupperà iniziative che terranno conto della sottolineatura di questo fumus persecutionis che può implicare altri atti – conclude – che mettono in moto sia la Camera che la Corte costituzionale”. da Cicchitto, però, anche un passo una mezza marcia indietro sulle intercettazioni: “Non mi risulta nessuna iniziativa per un decreto legge – ha spiegato Cicchitto – tanto meno di un decreto da presentare da parte del premier al capo dello Stato. Caso mai c’e’ un ddl in stato avanzato di lavoro in Parlamento. Sono due cose distinte. Ieri si e’ fatto un notevole polverone su una cosa che non esiste”. A Cicchitto si aggiunge il ministro degli Esteri Franco Frattini, che risponde direttamente a De Siervo: “Rispettiamo la corte costituzionale quale organismo di garanzia, ma credo che abbiamo il diritto di criticare politicamente decisioni che si prestano a critiche”, ha detto Frattini.

Durissima era stata in ogni caso la replica delle opposizioni, a cominciare dal leader dell’Idv Antonio Di Pietro: “Fare un decreto legge per bloccare il lavoro dei magistrati che stanno indagando su Berlusconi equivale ad una dichiarazione di guerra che, facendo le debite proporzioni, sta sullo stesso piano di quanto sta succedendo in Egitto e potrebbe provocare una rivolta simile. Anche in Italia, infatti, cominciano a mancare le condizioni minime di democrazia”.

“Ci appelliamo pertanto al presidente della Repubblica affinchè, con il senso di responsabilità che lo contraddistingue, possa bloccare per tempo questo ennesimo tentativo di calpestare la Costituzione, le istituzioni e il Parlamento”, conclude Di Pietro.

Parla di “toni terroristici” la replica del Pd. “Il comunicato emanato dall’ufficio di presidenza del Pdl, ribadendo le tesi complottistiche a cui la destra ci ha abituato, presenta toni, sintassi e lessico piu’ vicini a quelli utilizzati da un’organizzazione terroristica che non a quelli che dovrebbero essere propri del principale partito di governo del Paese”. E’ affidata alle parole di Andrea Orlando, presidente forum Giustizia del partito, la replica dei democratici. “Il fatto che invece sia un partito con tale responsabilità di governo a usare parole così violente e minacciose – conclude – costituisce di per sè un elemento di destabilizzazione delle istituzioni, rivolto contro chi ha la colpa di fare il dovere che la Costituzione gli attribuisce”.