La realtà italiana è giunta ad un punto di non ritorno. La situazione che stiamo vivendo viene percepita in larga parte dell’opinione pubblica come una fase, virulenta, asprissima dello scontro politico. Non se ne percepisce, se non in pochi osservatori, la sua originale peculiarità che rende situazione non paragonabile a nessuna tra quelle vissute dal Paese. Si prospetta uno scontro aperto tra i poteri dello Stato che non ha precedenti, non solo nella storia repubblicana, bensì nell’intera storia dell’Italia unita.

Quella che si sta costruendo, dopo il voto della Giunta della Camera, è una strategia, della quale quel voto fa parte integrante, che mira a non riconoscere la magistratura di Milano come competente per i fatti che sono imputati a Berlusconi. In buona sostanza si dice – travalicando dalle competenze della stessa giunta, chiamata a pronunciarsi sull’esistenza di un eventuale procedimento immotivato e persecutorio rispetto alla richiesta di perquisizione – che Milano non è competente e che Berlusconi deve esser giudicato dal Tribunale dei Ministri. Ebbene questa scelta, che verosimilmente sarà confermata dall’Aula, pone una condizione gravissima. Il potere politico – quello legislativo nella fattispecie – assume una competenza che appartiene al potere giudiziario. E’, infatti, la Corte di Cassazione che dovrebbe decidere su un conflitto di competenza, non certo il Parlamento. Ma il voto della Giunta non è solo una copertura politica per non far eseguire una perquisizione ormai inutile. Si tratta invece di una condizione che offre a Berlusconi l’occasione per aprire uno scontro ben più profondo e non ricomponibile, che è il suo obiettivo finale.

La Procura di Milano entro breve tempo chiederà il giudizio immediato per Berlusconi per i reati che sono noti. Verosimilmente Berlusconi si rifiuterà di riconoscere il giudice di Milano e dichiarerà illegittimo e arbitrario l’agire della magistratura. Il potere esecutivo, ovvero Berlusconi, a quel punto apertamente non riconoscerà il potere giudiziario con conseguenze che sono difficili, o forse sin troppo facili, da prevedere.

Una rottura del genere, demolisce in un colpo solo il principio secondo il quale il potere politico è sottoposto all’autorità della legge. Un atto di forza che apre la strada a qualsiasi altro atto di forza in quanto chi lo compie, ovvero il Presidente del Consiglio, può agire al di fuori e al di sopra della legge rifiutando di sottoporsi al giudizio di una corte di giustizia. Si stabilisce un principio autocratico basato solo sulla forza. Una volta conquistata questa trincea il fronte è sfondato e tutto sarà possibile e ogni garanzia costituzionale sarà semplicemente carta straccia.