Non sarà la Santa Sede ad avvicinare l’Udc al Pdl, come ha detto Casini, ma certo la distanza tra i due partiti si è ridotta notevolmente. Nonostante le parole critiche del leader centrista, infatti, durante la prima chiama a Montecitorio, Casini si è intrattenuto con Silvio Berlusconi e, al termine delle votazioni, è arrivata l’apertura della Lega. Umberto Bossi è stato chiaro:  “Sull’Udc non c’è nessun veto da parte nostra”.

Mentre si concludeva il voto in aula, Berlusconi è salito fino ai banchi dell’Udc per intrattenersi a colloquio con il leader Casini. I due, circondati da esponenti centristi hanno scherzano e parlato sorridendo. Durante il loro colloquio, Berlusconi ha provato per ben due volte a dare uno schiaffetto sulla guancia di Casini. Ma il leader dell’Udc ha schivato, bloccandogli le mani sorridendo. Il premier si è poi allontanato per esprimere il suo voto.

Incassata la fiducia, Berlusconi è stato accolto dal bagno di folla dei suoi deputati in Transatlantico, a Montecitorio. “Me l’aspettavo questo voto, ora sono sereno come lo sono sempre stato”, ha detto. Poi si è recato a palazzo Chigi per un consulto con il suo alleato più fedele, Umberto Bossi, alla presenza di Giulio Tremonti. Il premier ha chiesto alla Lega il via libera politico all’allargamento della maggioranza all’Udc e il Senatur gliel’ha accordato: “Non c’è nessun veto all’ingresso dei centristi”. In cambio il Carroccio ha avuto garanzie sul federalismo e sul fatto che se con pochi voti non si riuscirà a governare la strada obbligata sono le elezioni. La Lega, infatti, non demorde e spinge per il voto (per Calderoli “il governo non mangerà la colomba”), convinta che una maggioranza così risicata può solo logorare e non certo far governare il Paese. Berlusconi (che oggi salirà al Colle per riferire sul voto) è pronto a rafforzare la squadra di palazzo Chigi ed è già iniziato il ‘corteggiamento strettò di Pier Ferdinando Casini per favorire un rimpasto in tempi brevi. Nel Pdl circolano voci secondo le quali il premier potrebbe chiedere a ministri e sottosegretari di rimettere nelle sue mani il mandato così da procedere a quel “rafforzamento” già annunciato. Il ricambio potrebbe essere quindi anche più ampio rispetto ai posti vacanti lasciati dai finiani nell’esecutivo.