Il governo ha raggiunto “risultati straordinari”. Silvio Berlusconi lo ha ripetuto tante volte nelle ultime settimane, per convincere elettori e soprattutto parlamentari che sarebbe un errore votare la sfiducia. E ancora questa mattina, in aula a palazzo Madama, il premier ha insistito sulla bontà dell’azione di governo. Ma come stanno veramente le cose? Ilfattoquotidiano.it è andato a riprendere il programma elettorale del Pdl per le elezioni politiche del 2008. L’esecutivo guidato dal Cavaliere è in carica dall’8 maggio di quell’anno, dunque da oltre due anni e mezzo. Passata la boa di metà legislatura, di straordinario, in realtà, si vede pochissimo.

Il padre di tutti gli slogan berlusconiani, “meno tasse“, è di nuovo smentito dai fatti. Un recentissimo studio anticipato da Contribuenti.it annuncia che nel 2011 le tasse locali cresceranno del 7,2 per cento e quelle statali del 3,6. Con buona pace dell’eliminazione dell’Ici sulle prime case, realizzata nel 2008, escluse le abitazioni di lusso. Resta invece al palo la «cedolare secca», cioè la tassazione separata dei redditi derivati dall’affitto di immobili, un provvedimento che potrebbe far emergere il nero e ampliare il mercato delle locazioni.

Sfuma nel libro dei sogni un altro punto forte del programma, la “diminuzione della pressione fiscale (l’ammontare delle imposte effettivamente pagate dagli italiani, ndr) sotto il 40 per cento del Pil”. Invece nel 2009 è addirittura salita dal 42,9 al 43,2 per cento, percentuale beffardamente superiore a quella del 2007, governante Romano Prodi (43,1 per cento). E i condoni? Naturalmente si fanno ma non si dicono, e soprattutto non si annunciano nei programmi. Però in campagna elettorale, il 31 marzo 2008, Berlusconi aveva promesso agli elettori collegati alla chat di Corriere.it che non avrebbe fatto più condoni, privilegiando la lotta all’evasione fiscale. Ma proprio ieri, i dati di Krls network of business ethics, hanno rivelato che l’Italia è al primo posto in Europa per l’imponibile evasa, con una crescita del 10,1 per cento.

Puntualmente, appena andato al governo, Berlusconi ha varato un nuovo scudo fiscale, che è un condono doppio (sulle imposte non pagate e sulle norme valutarie infrante). Il suo architetto, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti che pur tuonava contro provvedimenti di questo genere nei primi anni Novanta, nell’occasione si è beccato una tremenda bordata da Famiglia Cristiana: “Se voi foste dei mafiosi non gli vorreste bene?” . Alle aziende è andata meglio che alle famiglie. Il primo punto del programma 2008 riguardava «un nuovo fisco per le imprese», con diversi provvedimenti promessi. La detassazione degli straordinari è diventata realtà già nel 2008: sotto certe condizioni, le ore lavorate in più danno al fisco soltanto il 10 per cento della retribuzione. E’ legge anche il versamento dell’Iva soltanto sulle fatture davvero incassate e non su quelle soltanto emesse, ma soltanto per le imprese che fatturano meno di 200 mila euro all’anno.

Resta invece lettera morta l’eterna promessa berlusconiana di abolire l’Irap, l’imposta regionale sulle imprese. Il Cavaliere la definì “imposta di rapina” già nel lontano 1997, arringando il suo popolo nel “Dies Irap” indetto contro il governo Prodi. Da presidente del consiglio ha sempre continuato ad applicarla. A proposito, è diventato legge nel 2009 il federalismo fiscale fortemente voluto dalla Lega nord, ma il cammino per la sua concreta realizzazione è ancora lungo, spiega in una nota il governo stesso. E’ entrato in vigore anche il Piano casa previsto dal programma «per costruire alloggi per i giovani e per le famiglie», adottato poi in modo autonomo da ciascuna regione. I risultati sono in chiaroscuro. In Lombardia, per esempio, il Piano casa governativo è un flop, con appena 216 richieste di interventi edilizi. Sta andando bene in Veneto, con oltre 10 mila domande, in un territorio che però vanta già il record della cementificazione in rapporto al numero di abitanti.

Dopo la casa, i figli. Il promesso “bonus bebè” è stato reintrodotto con una differenza sostanziale: non è più un contributo di mille euro a fondo perduto, ma un finanziamento fino a cinquemila euro da restituire in cinque anni. Nulla si è più saputo della riduzione dell’Iva sul latte e sugli altri prodotti dell’infanzia, annunciata in programma e attualmente dispersa tra i progetti di legge giacenti in Parlamento. Immancabilmente e ampiamente onorato, invece, il sostegno alla scuola privata.

Sulla «sicurezza», cavallo di battaglia di ogni campagna elettorale, dicono tutto le cronache di questi giorni: l’«aumento progressivo delle risorse» non c’è stato, a giudicare dall’ennesima manifestazione indetta per oggi a Roma dai principali sindacati di polizia che lamentano: “In tre anni ci sono stati tagliati 2,5 milioni di euro”. Se nel 2009 è stata varata la riforma del codice di procedura civile, in materia penale la priorità resta, più che la «certezza della pena», la certezza che nessuna pena tocchi a Silvio Berlusconi. Secondo il più imprtante partito italiano, non ha nulla a che fare con la sicurezza la lotta alla mafia: nel programma elettorale del 2008, il «contrasto alla criminalità organizzata» meritava appena due righe a pagina 18 (su 24), come ultimo (ultimo!) punto della sezione dedicata al Sud. Il corposo capitolo «sicurezza e giustizia», invece, parlava soltanto di immigrazione e terrorismo internazionale, e non per esempio degli imprenditori estorti e usurati dai mafiosi con violenze e minacce.

Il 13 agosto 2010 è stata approvata la legge delega in base alla quale il governo dovrà varare un nuovo codice antimafia, incentrato su confische dei beni mafiosi e controlli degli appalti. Peccato che una modifica del maggio 2008 renda più semplice per gli avvocati dei boss riottenere gli stessi beni. Il ministro Angelino Alfano si è impegnato a varare i decreti attuativi in tempi «rapidissimi». In ogni caso, nel codice mancano diversi provvedimenti chiesti da tempo dagli addetti ai lavori, come il reato di autoriciclaggio e l’inasprimento della normativa sul voto di scambio. Sul fronte mafia e politica, il ministro dell’Interno leghista Roberto Maroni non appare più sensibile di tanti suoi predecessori democristiani.

Restano poi tanti annunci generici o reiterati, sui quali è difficile fare il punto, dalla decennale promessa di costruzione del Ponte di Messina alla diffusione della banda larga in tutta Italia (ma la priorità va al primo, visto che un anno fa il governo non ha sbloccato gli 800 milioni promessi con il piano Romani-Brunetta, “perché sono cambiate le priorità”). O ancora l’«eliminazione del precariato», la liberalizzazione dei servizi «privati e pubblici», l’”eliminazione delle liste d’attesa nella sanità. La riforma dell’università, altra vicenda di questi giorni, è in panne dopo settimane di proteste studentesche e non solo. E alla luce delle ultime polemiche, suona grottesca la promessa della “stabilizzazione del cinque per mille a favore di volontariato, non profit, terzo settore, ricerca”. Zero assoluto, infine, su una promessa buttata lì nella sezione sulla finanza pubblica e non sviluppata in nessuna parte del testo el programma elettorale 2008: l’abolizione delle province, ma soltanto di quelle “inutili”.

di Mario Portanova