Frediano Manzi, fondatore dell'associazione Sos Racket e Usura

Un bicchiere d’acqua, un pacchetto di crackers e un mandarino. Frediano Manzi, presidente di Sos racket e usura ha interrotto lo sciopero della fame e della sete iniziato lo scorso 19 novembre. La protesta radicale aveva un obiettivo preciso: apportare alcune modifiche alla legge per le vittime di usura (n. 108, del 7 marzo 1996), che, secondo Manzi “non permette a casalinghe, dipendenti, immigrati, vittime di usura, di accedere al fondo di solidarietà”. Il numero uno dell’associazione antiracket ha deciso di ricominciare a mangiare solo dopo l’impegno preso da Emanuele Fiano, deputato e presidente del forum Sicurezza del Partito Democratico. “Presenterò un emendamento alla Camera che conterrà le richieste di Sos Racket e usura”. I due si sono incontrati a Nerviano, un piccolo centro alle porte di Milano, insieme a Salvatore Borsellino, ai giovani militanti dell’Italia dei Valori e delle Agende rosse.

“Accesso al fondo di solidarietà per le categorie oggi escluse. Possibilità per gli imprenditori di ottenere in tempi brevi gli aiuti dello Stato. No al potere delle lobby all’interno del Comitato nazionale antiracket”. Sono queste le richieste raccolte dall’ Onorevole Fiano. Le cifre presentate da Manzi non lasciano dubbi sulla gravità della situazione. “In Italia sono 600.000 le persone che si piegano al malaffare, 200.000 commercianti. Per questo “chiediamo la modifica della legge sull’usura che di fatto non permette l’accesso al ‘Fondo di solidarietà per le vittime’ a chi non possiede un’ attività imprenditoriale né una partita Iva”.

Richieste fatte proprie dall’esponente del Pd che aggiunge: “Se le denunce sono poche lo si deve anche allo scarso sostegno delle autorità. Per questo presenteremo anche una risoluzione per chiedere al governo la riduzione dei tempi di erogazione dei fondi. Secondo i dati forniti dall’associazione di Manzi, ci vogliono dai tre a cinque anni per utilizzare i soldi. Un tempo troppo lungo per chi subisce le minacce degli strozzini”.

Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, il magistrato ucciso dalla mafia nel luglio del 1992, testimone diretto e vittima degli anni del terrore mafioso a Palermo, non ha dubbi: “A Milano succede esattamente quello che avveniva 40 anni fa a Palermo. Ma con un gravissimo problema: la gente in Sicilia sapeva quello che succedeva perché vedeva i morti ammazzati per strada. Al nord, dove i morti ci sono ma non si vedono, c’è una sorta di rifiuto. Eppure sono tante le vittime: è la gente che perde il posto di lavoro, la gente che si lascia morire in solitudine come i suicidi delle vittime di usura. Di tutto questo non ci si rende conto”.

Soddisfazione da parte di Manzi. “Adesso sto meglio perché ho visto la società civile prendere coscienza e muoversi. C’è l’impegno da parte di parlamentari di primo piano, come Fiano e altri esponenti dell’Italia dei valori. Finalmente la politica mostra interesse per una situazione che noi denunciamo da 14 anni. Quello di oggi non è un successo personale o della nostra associazione, ma delle oltre 600 mila persone che ogni anno finiscono in mano agli usurai”.