Capita che un film di guerra ci sbatta il muso contro qualcosa che è anni luce dalla finzione dei funerali con applausi e autorità in prima fila, ma anche dalla finzione simil-documentaristica alla Bigelow. Capita che un film ci dia, senza ostentarli, tutti gli strumenti necessari ad analizzare una situazione nel modo più profondo e giusto. Il documentario Armadillo di Janus Metz, gran premio della giuria a Cannes e naturalmente non distribuito in Italia, è quel genere di film.

La Danimarca ha, come abbiamo noi, truppe in Afghanistan, ma al contrario di quello che facciamo noi non manda un telecronista sportivo a cantare le canzonette o a guardare le partite dell’Italia insieme ai soldati. Manda invece il bravissimo Janus Metz, che parte e si fa per mesi un intero turno in Afghanistan con un plotone di soldati danesi, realizzando un documentario d’osservazione importantissimo. Metz inizia a riprendere i soldati in Danimarca, nelle loro case e poi a una festa stranamente somigliante a una festa di addio al celibato, e li lascia solo al loro ritorno in patria. Alcuni sono morti, altri sono feriti, altri ancora sono morti dentro, uno stato che molti attori hanno provato a riprodurre. Eppure basta guardare come cambia lo sguardo di alcuni di questi ragazzi nel corso del film per capire l’essenza di questa morte e capire anche che questo stato forse non li lascerà mai più. Ragazzi che all’inizio del film guardavano quasi con ammirazione ai talebani, gente “con le palle” che, nonostante l’inferiorità numerica e tecnologica, combatte con coraggio e successo. Dopo un’ora e mezza di film, gli stessi Talebani sono diventati bastardi su cui vendicarsi e accanirsi. Subumani da uccidere. Orrore che è cresciuto pian piano dentro a dei poveri ragazzi mandati a pattugliare e controllare un’area “in modo da poterci poi costruire una scuola”.

E’ necessario guardare questo film eccezionale per capire quanto sia inutile e dannosa la nostra presenza. E pazienza se ce lo deve dire un regista danese; del resto aspettarsi che Caressa andasse oltre lo schema “italiani brava gente a cui il gli afghani vogliono tanto bene” era un po’ troppo. Vorremmo che guardaste in maniera non ideologica Armadillo per capire in maniera veramente viscerale quanto male a loro, ma soprattutto a noi, sta facendo questa inutile guerra lunga ormai quasi dieci anni, durante la quale per ottenere consenso abbiamo dato Viagra ai capi villaggio e antidepressivi al presidente della “Repubblica”. Una scena per tutte: un uomo attempato, la cui casa è stata sottoposta a un raid, viene nel compound per lamentare l’uccisione della moglie e dei figli da parte delle truppe danesi. Gli viene chiesto di quantificare quanti beni gli sono stati distrutti e gli vengono messi dei soldi in mano. La sua immobilità una volta ricevuta la mazzetta è il simbolo definitivo del fallimento delle missioni in Afghanistan. Non sorprenda poi che con questo grado di comprensione della realtà afghana ci si trovi a negoziare con un finto emissario del Mullah Omar.

Qui il sito del film: www.armadillothemovie.com