Domani il consiglio d’amminstrazione della Rai e giovedì la Commissione di vigilanza affronteranno il caso indicato stamattina dal ministro dell’Interno Roberto Maroni, indignato dalle parole di Roberto Saviano sui rapporti tra ‘ndrangheta e Lega Nord durante “Vieni via con me”, il programma di Raitre condotto dallo scrittore e da Fabio Fazio. Il ministro dell’Interno ha chiesto di poter ribattere alle dichiarazioni di Saviano o di poter avere un faccia a faccia con l’autore di Gomorra, che si dice “stupito e allarmato”: “Lo invito a rivederla e riascoltarla: io ho parlato solo di fatti, frutto di un’inchiesta giudiziaria dell’Antimafia di Milano e Reggio Calabria sul nuovo assetto della ‘Ndrangheta e sulla sua presenza culturale, politica ed economica in Lombardia”. Intanto la seconda puntata della trasmissione ha registrato ieri un nuovo record di ascolti per Rai3 con uno share medio del 30,21% e una media spettatori pari a 9 milioni 31mila e picchi massimi di 20 milioni i contatti.

Ai membri del Cda Maroni ha chiesto di replicare personalmente “alle incredibili accuse” di Saviano: “Vorrei un faccia a faccia con lui per vedere se ha il coraggio di dire quelle cose guardandomi negli occhi”. Stando alle sue parola non sarà tanto una replica in qualità di ministro impegnato nella lotta alla criminalità, quanto più da politico: “Chiedo risposta anche a nome dei milioni di leghisti che si sono sentiti indignati dalle insinuazioni gravissime di Saviano”.

Se l’invito della Rai non arriverà, ha sottolineato, “sarà dimostrata a tutti che quella è una trasmissione contro la Lega e che la democrazia è un optional”. In questo contrario, ha annunciato in serata, girerà la questione “al Presidente della Repubblica e ai presidenti di Camera e Senato”: “Chiederò al Presidente della Repubblica se una accusa così infamante sia compatibile con una funzione come quella di ministro dell’Interno che sto sostenendo”.

Sul seguito di Maroni altri attacchi sono arrivati da esponenti politici del Pdl e della Lega. “Saviano ha confuso la sua Italia da romanzo con quella che ogni giorno segna veri e propri trionfi contro la criminalità organizzata”, ha detto Maurizio Gasparri ribadendo che “l’indignazione di Maroni è giusta e condivisibile”. “Rischia veramente di diventare il Pippo Baudo dell’antimafia”, ha commentato l’europarlamentare Mario Borghezio, secondo il quale “banalizzare così un problema serio (la ‘ndrangheta, ndr) non fa bene né a lui né all’Italia”. “Rischia di apparire un pirla, anche se non lo è”, ha aggiunto.
Un altro attacco allo scrittore è arrivato dal presidente del Consiglio regionale lombardo, il leghista Davide Boni che ha annunciato la possibilità di “intraprendere azioni legali per tutelare l’onorabilità” della Regione Lombardia: “Ha affermato che la nostra Regione avrebbe al suo interno dei rappresentanti istituzionali collusi con associazioni di chiaro stampo mafioso – ha detto Boni -. Non esistono atti giudiziari che convalidano il ‘teorema Saviano'”. Davide Caparini, membro leghista nella Commissione di vigilanza Rai, annuncia di aver fatto “ricorso all’Autorità per le Comunicazioni per le ignobili accuse vomitate sulla Lega Nord”.

“Se è vero che Boni ritiene un’espressione diffamatoria (quindi falsa) che alcuni uomini, all’ interno del Consiglio regionale e della Giunta, avrebbero goduto dell’impegno elettorale non convenzionale di persone conclamate di ‘ndrangheta in Lombardia, allora quereli anche me”, ha replicato il consigliere regionale Idv Giulio Cavalli. “Sarebbe una buona occasione – prosegue – per rileggere pubblicamente gli atti giudiziari che raccontano di come famiglie calabresi abbiano convogliato voti per soggetti politici in Regione”.

Secondo il portavoce dell’Idv Leoluca Orlando: “Il ministro dell’Interno, invece di reagire in maniera scomposta, faccia pulizia all’interno del suo partito e cacci i disonesti. Maroni dovrebbe, inoltre rispettare il lavoro della magistratura che sta indagando su diversi esponenti leghisti in odore di rapporti non limpidi con la criminalità organizzata in Lombardia”.
La Lega Nord e la ‘ndrangheta in Lombardia “coabitano, convivono, non si fanno la guerra”, ha affermato Enzo Ciconte, docente di Storia della criminalità organizzata all’Università di Roma Tre e autore di un saggio dedicato proprio alla “‘Ndrangheta padana”: “Dove c’è la Lega c’è la ‘ndrangheta, è come in Sicilia con la vecchia Democrazia cristiana – afferma Ciconte – Tranne che in pochi casi, la Lega non denuncia, ha smesso di farlo o lo fa solo a titolo di propaganda, anche perché le priorità vengono considerate altre: i rom, gli extracomunitari, i clandestini”.
Per l’ex parlamentare, considerato tra i massimi esperti italiani delle dinamiche dei fenomeni mafiosi, “poco importa che l’unico sfiorato dalla recente maxi inchiesta sulle infiltrazioni delle ‘ndrine in Lombardia sia stato un consigliere regionale del Carroccio (non indagato, che secondo le carte avrebbe parlato con un boss dei voti da convogliare su un candidato, poi non eletto, alle comunali di Pavia del 2009, ndr) ma non è un problema di essere inquisiti o meno, non è che se uno non è inquisito non è mafioso, magari mancano solo le prove”.