Questa settimana la legge italiana sulle “quote rosa” farà forse qualche passo avanti . Ma perché le quote da noi si chiamano ROSA?

Il rosa ti fa pensare al fiocco, al futile, alla vanità, alla vacuità, alla frivolezza. In Francia, nel mondo anglosassone si chiamano Quote. Punto e basta. E’ più sobrio, asciutto, essenziale. Meno ridicolo.

Se la legge mai vedrà la luce ci saranno più donne nei Cda di grandi aziende private e semi pubbliche. Dato che per merito le donne da noi non arrivano da nessuna parte potranno arrampicarsi aiutate dalla legge. Per ora, aspettando la politica è desolante l’assenza di donne in Italia nei posti di comando. Deserto, niente. In Francia si lamentano molto perché sono solo al 15% di donne… noi al 2,3 %. Benvenuti nel Medioevo della parità.

E poi ci sono le altre: quelle che non vogliono il doppio petto, lo smartphone, i voli transatlantici. Quelle che vorrebbero lavorare punto. L’occupazione femminile in Italia rispetto all’Europa sta a – 13%.

Emila ha scritto qualche giorno fa a “Repubblica”.
A 36 anni ha avuto l’ardire di procreare. E’ tornata al lavoro dopo 6 mesi di maternità e quando il figlio ha compiuto 1 anno l’azienda l’ha licenziata. Emila ora è disoccupata. Questa storia è crudelmente banale. E non perché il suo dramma non sia interessante, il problema è che in Italia le Emile sono tante, tantissime. Quelle che non ce la fanno a essere mamme e a lavorare contemporaneamente. Molte vengono messe alla porta, umiliate, rottamate, a volte mobbizzate… Altre lasciano spontaneamente sopraffatte: non ci sono gli asili nido (avevamo promesso all’Europa che saremmo arrivati a quota 33%, siamo a 11% se n’è accorto anche Bersani), i nonni sono lontani o anziani e hanno bisogno di cure anche loro, i padri a volte latitano. E allora si sta a casa: pappe e pannolini e via! Un quarto delle donne perde il lavoro dopo il primo figlio… Quanti sono gli uomini disoccupati causa culla piena?