Tra le più accreditate leggende urbane che attribuiscono a Silvio Berlusconi patenti di eccezionalità, spicca il “si narra” della sua conclamata strapotenza comunicativa.

Certo, se parliamo di canali a disposizione con cui bombardare quotidianamente gli immaginari collettivi, ciò è evidente. Ma se si analizza la qualità del messaggio, allora il giudizio è ben diverso: un precotto predisposto da botteghe di consulenza milanesi, che hanno riciclato in politica le terribili banalità della comunicazione d’impresa. Quanto serve ai top manager per raccontarla ai dipendenti e motivarli a costo zero con una dose di coccolamenti fasulli. Pura manipolazione: siamo una squadra… la missione… efficiente/efficace… Roba da convention aziendale, in cui il dipendente arriva in Panda e il capo in Bmw, mangiano insieme (per una volta. “Tanto qui siamo tutti alla pari…”) e alla fine si salutano: il boss riparte in macchinone, l’inferiore sul macchinino. Però felice e contento (o almeno dovrebbe esserlo, secondo i consulenti).

Grazie a questi consigli B. ha introdotto nel dibattito pubblico il format della “banalità infiocchettata”, per di più mendace. Di suo aggiunge l’attitudine a fare il cacciaballe (ho salvato il mondoho messo d’accordo Obama e Putin…) e una cultura americanista da film hollywoodiano. Pure vecchiotto.

Lo dico con sofferta esperienza, visto che l’anno scorso ho dovuto sorbirmi alcuni volumoni contenenti l’opera omnia dei suoi discorsi (stavo scrivendo un saggio su “Berlusconi come fenomeno”), facendo una scoperta: lo schema si riduce sempre alla trama standard di cinque tipi di film:

  1. L’eroe solo contro tutti. Il classico dei classici: dal John Wayne – Ringo Kid di “Ombre Rosse” (1939), che nelle main street affronta da solo quei comunisti dei fratelli Plommer, al Jimmy Stewart (Mr. Smith va a Washington, dello stesso anno) che smaschera i maneggi dei politicanti. Probabilmente Prodi e Veltroni.
  2. Le forze del Bene che si oppongono a quelle del Male. Già si sente la marcetta di “Guerre stellari” (1977). Must già anticipato da Reagan e stressato da Bush jr.
  3. L’uomo tranquillo costretto a imbracciare il fucile. Qui il tono si fa crepuscolare, vagamente melanconico. E il volto di B. assume la piega amara del quacchero Gary Cooper ne “La legge del Signore” (1956) oppure – più recente – la maschera sovreccitata di Mel Gibson de “Il Patriota” (1980): il padre pacifista che difende i propri figli durante la rivoluzione americana (o era un russo bianco al tempo dei soviet?).
  4. La partita vittoriosa (nonostante gli avversari l’avessero truccata). “Prima di confrontarsi con me vinca almeno una Coppa dei Campioni”, rispose il Nostro all’economista Luigi Spaventa che lo sfidava in campagna elettorale. Poi è stato preso da processi di identificazione in tipi over size come Burt Raynolds (“Quella sporca ultima meta” 1974) o Sylvester Stallone (Rocky, 1976): rana rupta et bos.
  5. La presenza salvifica. Il lieto fine è l’ideologia nazionale stelle-e-strisce, cui B. aggiunge un tocco mistico da ciclo arthuriano. Grasso che cola per la buonanima di Badget Bozzo, il Torquemada al basilico che faceva il cappellano di Arcore, che poté sfogare le sue nostalgie da anno Mille, miste al bisogno psicologico di figure dominanti, sproloquiando di unzioni divine.

Resta da domandarsi come questa insulsa sciacquatura di piatti possa ancora avere successo, traducendosi in consenso. La spiegazione potrebbe essere duplice:

  1. siamo stati rimbambiti da un’alluvione mediatica finalizzata a convincerci che la fiction è l’unico mondo reale (e certamente il migliore dei mondi possibili). Del resto Berlusconi ha sempre teorizzato nelle convention Publitalia che il pubblico è composto da ragazzini undicenni, neppure troppo intelligenti: si direbbe sia riuscito a farci diventare così;
  2. non c’è stata la benché minima azione di contrasto nei confronti di tali messaggi proprio da parte di chi doveva opporsi. Anzi, abbiamo constatato la corsa generale a scimmiottare il Cavaliere. Straordinario il seminario del Ds che fu, animato a un noto consulente di marketing sul tema “la politica non è una borsetta di Gucci ma un fustino di Dixan”: illuminante

Questo per ripetere ancora una volta che il berlusconiano Ventennio (stavolta ridicolo, prima ancora che infausto) è stato in larga misura puntellato da quanti ci avevano chiesto il voto per mettervi fine.

P.S. alcuni amici di blog (che spero mi leggano) hanno giudicato il mio precedente post, quello su La Russa, intriso di umori anti meridionali. Di questo mi scuso: certamente mi sono espresso male. Del resto come potrei, visto che la compagna della mia vita (che mi ha donato due figlie amatissime) è originaria di Taranto? Volevo solo dire che i flussi migratori interni a partire dagli anni ’50, mai oggetto di politiche di integrazione e acculturamento, provenendo dalle aree meno lambite dalla modernizzazione hanno sommerso con i loro valori arcaici una fragile cultura urbana. Credo stia succedendo un po’ la stessa cosa con le attuali migrazioni dall’esterno.