La criminalizzazione degli avversari del proprio dittatore di riferimento è la specialità di certo giornalismo. Un giornalismo di cui è campione Vittorio Feltri. Freddo, cinico, privo di scrupoli, è emerso come uno dei più zelanti esecutori del regime mediatico berlusconiano.

L’autunno scorso organizzammo a Milano una manifestazione contro il suo metodo giornalistico. Il giorno dopo leggemmo in seconda pagina sul Giornale che avevamo minacciato lui e tutta la redazione. Motivo: avevo detto che gente come Feltri avrebbe dovuto temere, uscendo di casa, la giusta riprovazione dei cittadini informati e indignati. Esortavo cioé i presenti a contestarlo carte alla mano, non a linciarlo. Tempestai la redazione di lettere e telefonate per documentare la falsità di quanto scritto. Nessuna rettifica fu mai pubblicata.

In un paese serio Feltri si sarebbe squalificato a vita da solo, e da molto tempo, a colpi di bufale e menzogne. In Italia si attende ancora il responso dell’ordine dei giornalisti per la conferma di una sospensione di sei mesi, mentre lui continua a dirigere il quotidiano di proprietà del fratello del primo ministro. In quale modo lo vediamo ogni giorno: adesso è il turno di Fini, trattato come un criminale da quando ha deciso di emanciparsi dal suo sdoganatore.

Prima fu il turno di Dino Boffo. Sappiamo come finì: la patacca fu scoperta, Boffo fu rovinato, Feltri se ne scusò.

Tra dicembre 2009 e gennaio 2010 toccò ai “mandanti morali” di Tartaglia. Ricordate? Gli squadristi mediatici al servizio del governo approfittarono di un fatto di cronaca per colpire oppositori scomodi, giornalismo critico, movimenti di opinione. Tutti iscritti d’imperio al “partito dell’odio“. Fu un mese di pura violenza mediatica, di diffamazione organizzata. Come sempre i fatti si incaricarono di smentire le squadracce: Tartaglia si rivelà essere un individuo con disagio psichico senza alcun legame politico. Ma a certa gente non importa nulla della verità dei fatti.

Memorabile la prima pagina del Giornale del 15 dicembre. “Era tutto organizzato“, questo il titolo a caratteri cubitali. Sottotitolo: “Trecento violenti in piazza“. Insomma, tra i “mandanti morali” e i fomentatori di odio c’eravamo anche noi, quei cittadini (alcune decine, non certo “trecento“) che spontaneamente, in piccoli gruppi indipendenti, prima del fattaccio erano convenuti in piazza Duomo a contestare pacificamente Silvio Berlusconi.

Un mese dopo mi capitò di incontrare Feltri a una conferenza e non mi lasciai sfuggire l’occasione per chiedergli conto di quella prima pagina che avevo conservato. Ve lo assicuro: meglio dal vivo che dietro una tastiera.