Evviva, evviva, la Borsa festeggia le banche a suon di rialzi. Almeno per un giorno, dimenticati i problemi del credito all’italiana, gli operatori hanno comprato a man bassa le azioni degli istituti nostrani, privilegiando proprio quelli che negli ultimi mesi erano stati più penalizzati, dalla Popolare di Milano a Unicredit al Banco Popolare. Stesso film sulle piazze estere, trainate dai titoli finanziari.

Euforia provvisoria

Tutta questa euforia, probabilmente effimera, si spiega con Basilea 3, le nuove regole sulla dotazione di capitale e la gestione dei rischi varate domenica nella città svizzera dai governatori di tutti i principali paesi del mondo. Regole meno stringenti di quel che si temeva da principio e soprattutto con tempi e modi di attuazione assai rilassati (addirittura sette, otto anni). Di conseguenza, nel breve termine, i banchieri non saranno costretti a raccogliere nuove risorse sul mercato, faranno più utili e potranno distribuire ricchi dividendi ai loro soci. Queste almeno sono le speranze degli speculatori di Borsa, forse destinate, e non sarebbe certo la prima volta, a tramontare nel giro di pochi giorni. Perché a badare ai numeri, e non agli scenari futuribili di Basilea 3, i bilanci spiegano con chiarezza che la gran botta della recessione non è stata ancora assorbita. E i banchieri fanno quello che possono per indorare la pillola a investitori e analisti. Prendiamo le ultime relazioni semestrali, chiuse a giugno e presentate al mercato nelle settimane scorse. “Il sistema tiene” è la parola d’ordine lanciata dal quartier generale delle banche e prontamente raccolta da schiere di analisti. A dir la verità, se si guarda all’ultima riga del conto economico, i risultati in calo rispetto al giugno del 2009 non mancano davvero: Unicredit, Monte dei Paschi e Popolare di Milano su tutti. Ma per molti istituti poteva andare a finire molto peggio se i banchieri non avessero aperto alcuni provvidenziali paracadute contabili.

Sorprese semestrali

Problema principale da risolvere: l’anno scorso e nei primi mesi del 2010 il calo costante del margine d’interesse (differenza tra gli interessi incassati sui prestiti e quelli pagati ai depositanti) era stato compensato dagli utili da trading gonfiati dai mercati finanziari in rialzo. Senonchè questi proventi, pari a centinaia di milioni di euro per le banche più grandi, si sono ridotti fino quasi a scomparire nel secondo trimestre dell’anno. Che fare per tappare la falla e presentarsi in gran forma sul mercato? Basta inventarsi un bel lifting contabile. Molti analisti, per esempio, hanno notato che qualche istituto ha limato gli accantonamenti sui crediti a rischio, cioè i   prestiti di cui si fatica a ottenere la restituzione. Le risorse risparmiate su questa voce vanno a ingrassare il conto economico. Intesa e Unicredit, per esempio, hanno dato una bella sforbiciata. La banca guidata da Corrado Passera è scesa dai 1.892 milioni degli ultimi sei mesi del 2009 ai 1.552 milioni segnalati a giugno. Per Unicredit invece siamo passati da 4.232 a 3.507 milioni.

Eppure nel frattempo i crediti deteriorati di Intesa sono aumentati di quasi 400 milioni. E l’incremento sarebbe stato ancora maggiore se tra un semestre e l’altro la banca con il permesso della Vigilanza di Bankitalia, non avesse cambiato il criterio di classificazione dei mutui immobiliari riuscendo così a risparmiare oltre 40 milioni su questi specifici accantonamenti. Si può dire quindi che questi banchieri si sono presi qualche rischio in più pur di dare una mano al conto economico. D’altra parte sia Intesa che Unicredit possono per metterselo visto che hanno messo da parte riserve che coprono oltre il 40 per cento dei loro crediti deteriorati. Per altre banche di minore dimensione Carige, Banco Popolare, Popolare Milano,Veneto Banca,questo rapporto si trova a un livello inferiore al 30 per cento. Nessuna di queste banche ha però aumentato in modo sostanziale gli accantonamenti nel primo semestre del 2010.

Pur di salvare il conto economico

Ma non è solo questione di crediti deteriorati. Il Monte Paschi ha aumentato di quasi 20 miliardi le attività detenute per la negoziazione (in gran parte titoli di Stato) e questo ha avuto l’effetto di limitare il calo del margine d’interesse. Sul fronte patrimoniale però questa operazione finanziaria ha provocato una riduzione dei mezzi propri di quasi 900 milioni. Molti analisti, e molti grandi investitori, non hanno apprezzato. Poi c’è il BancoPopolare,che ha salvato il conto economico (esclusa la controllata Italease) con proventi per quasi 260 milioni, rivalutando i titoli emessi negli anni scorsi. Tutto bene. Tutto regolare. Ma forse prima di cantar vittoria per la tenuta del sistema converrebbe capire fino a quando le banche riusciranno a salvarsi in corner con queste manovre.

di Vittorio Malagutti

Da il Fatto Quotidiano del 14 settembre 2010