Il caso più brutale risale allo scorso 8 luglio. Chiara Brandonisio, una trentaquattrenne barese, sta andando al lavoro. Sono le 6 del mattino e Chiara monta la sua bicicletta: pedala verso un’azienda di lavorazione di mandorle di Ceglie del Capo dove, da dodici anni, è in servizio come operaia. Il suo destino l’aspetta lungo quella strada percorsa migliaia di volte: una Panda Blu la investe e la butta a terra; un uomo scende dall’auto e con una spranga di ferro la colpisce varie volte fracassandole il cranio: la sua agonia dura meno di 48 ore. La storia di Chiara sconvolge la Puglia, anche perché si scoprirà che l’uomo si era portato appositamente dietro la spranga di ferro. Emergono particolari della vita di Chiara: come ormai tantissimi italiani era un’appassionata di Internet, social network e chat. In particolare utilizzava Messenger, un sistema di messaggistica istantanea molto diffusa per comunicare con amici e – questa è stata la fatalità – con sconosciuti. L’assassino, Domenico Iania, 52 anni, originario di Catanzaro ma residente nel piacentino, Chiara l’aveva conosciuto online. Pochi giorni prima aveva deciso di chiudere quella relazione.

La vittima: “mi fidavo di lui”

Cosa è scattato a questo punto nella mente di quell’uomo che affronta un viaggio lunghissimo per andare a uccidere una donna che non ha mai conosciuto dal vivo? “Sicuramente un’incapacità di gestire la frustrazione. Nel caso di Bari c’erano già state delle avvisaglie” spiega al Fatto Quotidiano Cristina Bonucchi, funzionario di polizia e psicologa nell’unità di analisi dei crimini informatici della polizia delle comunicazione. Secondo Audiweb in Italia, sono 23,8 milioni i navigatori in Internet   e vengono contati in dodici milioni gli iscritti a Facebook. Anche gli italiani, come nel resto del mondo, su Internet passano parte della loro vita: mandano mail, leggono notizie, giocano, si divertono e… si conoscono. Ormai è prassi, tra giovani e meno giovani, scambiarsi il contatto Facebook invece del numero di cellulare, e sono innumerevoli i “matrimoni di Internet”: coppie felici che devono il colpo di fulmine a un flusso di bit scambiati online e diventati poi curiosità, affetto, amore. Eppure la cronaca riporta alcuni episodi di violenza scaturita da un rapporto nato online. È della settimana scorsa la notizia di una violenza sessuale consumata ad agosto a Varedo in provincia di Milano. La vittima aveva passato tutto il mese a chattare con un 23enne conosciuto su Facebook. Prima timidamente, poi sempre più coinvolta, aveva accettato alla fine di incontrarlo. Ma lui all’appuntamento si presenta con due amici di 18 e di 17 anni. Come riportato dal Corriere della Sera, i tre la convincono a seguirli in macchina “per bere qualcosa” e la portano in periferia: in due la violentano mentre il terzo filma tutto con il cellulare. Consumata la violenza, lasciano la ragazza per strada: verranno arrestati presto con tutte le prove (tabulati telefonici e “log” di Internet) lasciati in giro. “Mi fidavo di lui così tanto – ha poi raccontato la ragazza – che gli avevo confidato perfino tanti aspetti della mia intimità”. È proprio questo il punto. “Una relazione che viene condotta in gran parte online – spiega ancora la dottoressa Bonucchi – ha una grossa componente immaginativa, proiettiva. E quanto ci si scrive si presta a numerose interpretazioni: uno dei due può considerare la relazione un gioco, mentre l’altro la può pensare come una storia seria”.

La psicologa: “non dare info private”

È quello che è successo sia a Bari che a Varedo. Nel caso di Bari l’uomo, “sicuramente già predisposto” aggiunge la psicologa, non è riuscito a gestire la fine di una relazione nella quale – solo lui – aveva investito molto. Nel caso di Varedo la vittima ha investito in quella relazione telematica, scambiando un orco per un giovane che sembrava affascinante e sicuro di sé. “Premesso che chi   uccide, stupra, o compie violenza può scegliere Internet o qualsiasi altro mezzo – continua ancora la dottoressa Bonucchi – è sempre meglio limitare al minimo le informazioni personali che si danno a sconosciuti su Internet. Bisogna fare attenzione, valutare caso per caso, anche in base al tenore dei discorsi. E comunque, non dare mai indicazioni tramite le quali si possa essere rintracciati. Se poi decidiamo di incontrare dal vivo una persona conosciuta online, è meglio scegliere un posto molto frequentato o andare magari in compagnia di qualcuno”. Niente paranoie, ma conoscenza del mezzo che usiamo: “Basta essere sempre nel range di sicurezza e usare molto buon senso”.

I casi di violenza nel mondo reale per mano di persone conosciute online, non solo tali da destare preoccupazione. Anche perché nonostante la terribile storia di Bari e la violenza di Varedo, alla Polizia risultano “moltorari” i casi di violenza sessuale a donne conosciute su Facebook. E “ingiurie, minacce e molestie per mezzo Internet, compreso lo stalking sono nell’ordine delle poche migliaia per quanto riguarda il 2010”.

Della stessa idea è l’avvocato Manuela Ulivi, presidente della Casa delle donne maltrattate di Milano: “Il 90percento delle violenze sulle donne – ci dice – continua ad avvenire tra le mura di casa. Nel restante 10 per cento c’è di tutto, anche l’aggressione per strada. Ma Internet, o le persone conosciute online, non sono certo il problema”.

La Rete è un continente sconfinatoe, con ragionevoli precauzioni, sicuro. È anche un luogo della memoria, Internet. Su Facebook è ancora online il profilo di Chiara. “Ora è ufficialmente’ ‘single’” uno degli ultimi status. Il suo assassino era dietro lo schermo.

Da Il Fatto Quotidiano del 8 settembre 2010