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Ambiente & Veleni | di Redazione Il Fatto Quotidiano | 30 agosto 2010

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Sugli animali test inutili, anzi sbagliati
e vecchi di oltre sessant’anni

La sperimentazione animale è costellata di dolore e di incongruenze. Se nel 1899 avesse dovuto superare i test che oggi sono obbligatori, addio aspirina

C’è qualcosa di strano, qualcosa che non quadra tra il vertiginoso sviluppo tecnologico che è la cifra del nostro tempo e la “voglia di animali” che esprimono i protagonisti della ricerca chimica e farmaceutica. In nessun altro settore scientifico i protocolli sperimentali sono ancora gli stessi di 50 o 60 anni fa. Qui invece sì: ed è tanto più sconcertante quanto più controversi sono i risultati che così si ottengono.

L’analisi di ventinove studi eseguiti sulla trielina ha messo a nudo un’allarmante cacofonia di voci: “Sei studi l’hanno giudicata non-cancerogena; dieci l’hanno trovata cancerogena per gli animali ma difficilmente cancerogena per gli umani; nove hanno stimato che fosse un possibile fattore cancerogeno per l’uomo ma senza riscontri epidemiologici; quattro lo hanno valutato presumibilmente cancerogeno per l’uomo con positivi riscontri epidemiologici”. A riferirlo è uno dei più noti tossicologi al mondo, Thomas Hartung, che dal 2002 al 2008 è stato a capo dell’Ecvam, il Centro europeo per la convalida dei metodi alternativi e ora dirige il Caat, Centro per le alternative ai test con gli animali della Johns Hopkins University, e insegna all’Università di Costanza.

Ma prendiamo un rimedio familiare, il cortisone: quando si scopre che nuoce agli embrioni di tutte le specie animali eccetto l’uomo, come giudicare la capacità predittiva dei test che utilizziamo? Se lo chiede un altro tossicologo, il professor Horst Spielmann della Freie Universitat di Berlino.

I partigiani dell’alternativa al modello animale si moltiplicano anche nel campo della medicina e della farmacologia. Specializzato nello studio della sclerosi laterale amiotrofica, Michael Benatar, neurologo della Emory University di Atlanta, in Georgia, ha fatto suo il senso di impotenza che serpeggia tra i colleghi alle prese con le gravi malattie degenerative di questo secolo. “Ma la disperazione che talvolta avvertiamo– ha dichiarato Benatar al giornalista di Nature che lo intervistava – non è un buon motivo per continuare a utilizzare un modello inadeguato. La verità è che ci comportiamo come il proverbiale ubriacone che si ostina a cercare le chiavi di casa sotto al lampione solo perché lì c’è più luce”. Lo stesso pensava, già nel 2004, Robert Weinberg, il professore di biologia del Mit scopritore del primo oncogene umano: “Nello studio del cancro – ha dichiarato in quell’anno al periodico Fortune – uno dei modelli sperimentali più frequentemente usati consiste nell’innestare delle cellule tumorali in un topo trattato con immunosoppressori e poi esporre il tumore che ne deriva a un ventaglio trattamenti che si pensano utili per l’uomo. Sono i cosiddetti modelli preclinici. Ma da almeno un decennio, forse due, sappiamo che hanno uno scarsissimo potere predittivo circa le effettive reazioni del tumore nell’uomo”.

La sperimentazione animale è costellata di dolore e di incongruenze. Se nel 1899 avesse dovuto superare i test che oggi sono obbligatori, addio aspirina. Infatti l’acido acetilsalicilico agli animali fa malissimo: è causa di gravi malformazioni negli embrioni dei cani, dei gatti, delle scimmie, dei topi, dei conigli e dei ratti, inoltre è pericolosa se ingoiata, irritante per le vie respiratorie e per la pelle, sospettata di mutagenicità. Per lo stesso motivo la penicillina, che era stata scoperta nel 1929, non fu usata fino a un decennio dopo perché non serviva a curare le infezioni dei conigli, e se fosse stata testata su gatti e cavie, l’avrebbero scartata perché tossica.

C’è anche un rovescio della medaglia. Il fumo di sigaretta non nuoce agli animali, ecco perché ci sono voluti decenni per comprovare la sua cancerogenicità per l’uomo. E la talidomide, che provocò la nascita di oltre diecimila bambini con gli arti deformi, sulla maggior parte delle specie animali risulta innocua. E poi c’è l’anti-infiammatorio Vioxx che avrebbe fatto dalle 89.000 alle 139.000 vittime, colpite da infarto del miocardio, pur avendo superato brillantemente tutti i test con gli animali. E il rimedio-meraviglia per la leucemia, quel TGN1412 che quattro anni fa ha provocato il repentino collasso di tutti gli organi interni dei sei volontari che si erano prestati a sperimentarlo: eppure sulle scimmie sembrava un portento…

Quando Thomas Hartung, nel luglio dell’anno scorso scrisse su Nature che gli esseri umani non sono ratti di 70 kg fece scalpore. Perché diceva una cosa che molti pensano ma dicono solo in privato o nel giro ristretto dei colleghi. E perché per superare l’impasse aggiungeva una proposta concreta, non dissimile da quella avanzata due anni prima dal Rapporto dell’Epa americana a favore di una “tossicologia degna del XXI secolo”. Certo, la via dei metodi sostitutivi non è solo costellata di fiori. “Ma è l’unica strada – dice il direttore del Caat – che si può ragionevolmente imboccare per progredire e fare buona scienza”.

Nel nostro futuro, insomma, ci dovrebbe essere un nuovo paradigma scientifico. Invece, cancellate tutte le norme che incentivavano lo sviluppo e l’adozione dei metodi sostitutivi, tagliata com’è a misura di vivisettore, la Direttiva che sarà presto votata a Strasburgo va nella direzione opposta. Sarebbe inutile chiedere ai grandi gruppi chimici e farmaceutici di dimenticarsi dei profitti aziendali per dar prova di coraggio e visione. E’ però un dovere pretendere visione e coraggio dai politici che ci rappresentano.

di Vanna Brocca (Direttore responsabile del giornale della Leal – Lega antivivisezionista “La voce dei senza voce”)


Fonti: Safer Medicines Campaign, Nature, International Journal of Toxicology, Antidote Europe, Altex, Fortune.

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