La Lega è pronta a votare. Umberto Bossi detta la linea ai suoi, certo del successo che il Carroccio otterrebbe in caso di elezioni anticipate. Ma a una condizione, che il leader del Carroccio conosce fin troppo bene: smarcarsi il più possibile da Silvio Berlusconi, senza incrinare l’alleanza con il Pdl, ma abbastanza da far apparire la Lega estranea agli inciuci di palazzo e soprattutto alla cricca. Così da Ponte di Legno, al termine del consueto comizio di ferragosto, Bossi scarica il coordinatore del Pdl, Denis Verdini. “Chi è? Non lo conosco abbastanza bene. Vedo che è abbastanza astuto quando ci sono le trattative, non è facile metterlo nel sacco”, dice il capo padano.

Verdini “è uno che ha fatto strada. Ha banche, ha tutto, tutto suo”. Ma io “non ne so un cazzo”. Scaricato Verdini, Bossi passa al premier. Parlando di conti pubblici ribadisce la piena fiducia nel ministro dell’economia e, per la prima volta, lo contrappone direttamente al Cavaliere: “Meno male che c’è Tremonti, Berlusconi tendenzialmente è più spendaccione”. La finanziaria “è merito di Tremonti, che riesce a tenere i soldi e a non buttarli via”. Ma il leader in canotta fissa un altro paletto tra lui e il capo del Governo, criticandone l’atteggiamento di polemica con il Quirinale. Sulla tempistica delle elezioni, afferma Bossi, “è solo il presidente della Repubblica a decidere e io non faccio dichiarazioni contro il presidente della Repubblica”. Il senatur vorrebbe anche difendere Gianfranco Fini dall’attacco sferratogli da Il Giornale, ma sa che sarebbe troppo. Così affida il compito a Roberto Calderoli. E il ministro leghista esegue. In un’intervista all’Eco di Bergamo dice di essere contrario agli attacchi al presidente della Camera e rivela di avergli persino telefonato. “Una telefonata cordiale, io con Fini non litigo”, ha detto. “Noi non apprezziamo né quando i finiani attaccano Berlusconi né quando si utilizzano strumenti che non hanno niente a che fare con la politica per attaccare qualcun altro. Un comportamento che non ci piace”.

Finito il tempo del silenzio, la Lega esce chiaramente allo scoperto. Sa bene che non può abbandonare il governo Berlusconi, almeno fino al tanto voluto federalismo fiscale, ma è altrettanto conscia della difficoltà dell’alleato e nel panorama politico si vede forte. Lo ammette anche Calderoli: “Oggi, con tutte queste scissioni, un partito al 20% la fa da padrone”. Per il Carroccio le elezioni anticipate sono sempre più un obiettivo. Bossi sa che al voto lo scontro con Berlusconi potrebbe anche divenire contrapposizione, così anticipa i tempi e affila le armi. E accetta anche le “regole” del gioco: quella legge elettorale, nota come Porcellum, a Ponte di Legno diventa “una legge perfetta”. Il ministro delle Riforme, sul palco rivolgendosi a Calderoli, estensore della legge, gli ha detto: “Tu sbagli, è una legge perfetta non una porcata. E’ un’ottima legge perché permette di presentare un programma prima delle elezioni. Prima era una porcata. Vorrai mica tornare ai tempi della prima repubblica?”.

E se si può andare al voto con questa legge, un governo tecnico appare ancora più inutile. Quindi la Lega non cede alle lusinghe di una legge elettorale alla tedesca. Vuole andare al voto. “Contro le truffe messe in piedi dal palazzo, non resta che una via maestra: il voto. E’ il popolo che elegge i governi e i premier, non li elegge il palazzo”. E al popolo Bossi torna a rivolgersi. Cercando di confermare l’immagine di una Lega come partito integerrimo. Un partito guidato dai duri e puri bastonatori dei privilegi romani, degli inciuci di palazzo, degli spreconi meridionali. Un partito vicino ai propri elettori, tanto che Bossi, alle una ha terminato il comizio invitando i presenti a passare dal Castello che lo ospita. “Suonate da me, io vi ricevo. Ve lo faccio vedere”.