Non tutto il male è uguale!

E non tutto il male fa lo stesso danno.

 Quando uno evade le tasse, deruba i suoi concittadini. Ma quando uno, da Presidente del Consiglio, fa l’apologia dell’evasione fiscale, dileggia quelli che onestamente le tasse le pagano e incoraggia gli evasori.

 Nel declino di una civiltà, il passaggio da una corruzione diffusa, ma negata, all’elogio pubblico dei corrotti è un momento decisivo e dalle conseguenze devastanti.

Qualunque società, per sopravvivere, ha bisogno necessariamente della condivisione da parte dei consociati di un minimo etico sotto il quale una società non è che non funziona, proprio non esiste più.

Per quelli che trovano i discorsi filosofici “astrusi” e sono stati ridotti dalla televisione alle sole categorie del calcio, se, quando l’arbitro fischia, i giocatori continuano a correre dietro al pallone, una partita non c’è proprio più e quello che si vede in campo è un’altra cosa.

Il “minimo etico” perché si possa giocare a calcio è che, chiunque sia l’arbitro, quando fischia i giocatori si fermino.

Dell’Utri è stato condannato oggi in secondo grado a sette anni di galera per complicità con la mafia.

Cuffaro è stato condannato pochi mesi fa in secondo grado a sette anni di galera per avere favorito dei mafiosi.

Questi due sono ancora oggi Senatori della Repubblica.

Mi scuso con loro e con tutti se li apostrofo per cognome e in maniera non cortese, ma francamente non riesco a essere cortese con chi (salvo il suo diritto al ricorso in Cassazione) risulta così coinvolto in vicende di mafia.

La mafia non è “una cosa brutta”. E’ molto peggio. La mafia è una associazione criminale di assassini, grassatori, eversori e quanto di peggio si possa pensare e fare.

La mafia è quella che ha assassinato Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, gli agenti delle loro scorte, Salvatore Saetta e suo figlio, Rosario Livatino e centinaia e centinaia di altri uomini, donne e bambini.

Davvero ci deve essere oggettivamente un limite a tutto.

Davvero non è possibile che a una persona che viene condannata in secondo grado per concorso in associazione mafiosa – Dell’Utri – invece di intimargli le dimissioni da ogni carica pubblica, gli si diano diversi minuti nei telegiornali di Stato per dire che la sentenza che lo ha condannato è “pilatesca” e che Vittorio Mangano, mafioso assassino, è il suo “eroe”.

E non è possibile che uomini di Governo e parlamentari trovino motivo di gioia nel fatto che il Dell’Utri è stato condannato per avere favorito la mafia ma solo fino al 1992. Così come il Cuffaro aveva gioito del fatto che la condanna a suo carico era stata pronunciata per favoreggiamento di alcuni mafiosi e non della mafia nel suo insieme.

Tutto questo non è “politica”.

Tutto questo non è “possibile”.

Tutto questo non è solo lo scempio dello Stato e della democrazia, ma proprio la sua radicale e sfacciata negazione.

Tutto questo non può essere accettato.

Chiunque accetta tutto questo si rende complice dell’assassinio di una civiltà e di un popolo.

Foss’anche il popolo stesso a farlo. In questo caso sarebbe un suicidio.

Non è questione, come dice Dell’Utri citando addirittura Dostoevskij, di avere ognuno gli eroi che preferiamo.

E’ questione di avere rispetto della realtà delle cose e del sangue di tanti giusti.

E’ questione di ritornare con la memoria alle immagini dell’autostrada per Punta Raisi e ai palazzi sventrati di via D’Amelio e considerare che stanno nel Senato della nostra devastata Repubblica persone ritenute da due gradi di giudizio amiche e sodali dei autori di quelle stragi orrende.

Di prendere atto che Governi e Parlamento da anni non sono impegnati a cacciare dai suoi banchi i Dell’Utri e i Cuffaro, ma a insultare i magistrati impegnati a scoprirne le malefatte con leggi pensate e promulgate per nessun’altra ragione che impedire l’accertamento della verità e il perseguimento dei reati.

E di riconoscere che, se tutto questo sta materialmente accadendo, le colpe sono molto diffuse.

E’ un alibi comodo ma falso quello di credere che la colpa di tutto questo sia solo di chi occupa lo Stato consumandone l’anima.

Lo Stato può essere distrutto nella sua stessa anima solo se un intero popolo lo consente.

Lo Stato può essere distrutto come sta accadendo a noi ormai da anni solo se un numero molto alto di giornalisti, di deputati, di politici, di professori universitari, di magistrati, di avvocati, di intellettuali si rende complice di questo scempio con i suoi silenzi, con i suoi distinguo, con i suoi opportunismi, con il suo cinismo.

Un grande maestro di civiltà, don Lorenzo Milani, diceva “I care”. “Io me ne curo”, “a me importa”, in contrapposizione allora con il motto fascista “me ne frego”.

Credo che oggi ognuno di noi dovrebbe dire “io me ne sento responsabile”, “io non voglio esserne complice”, “io non tengo acceso il microfono del TG a un condannato per mafia che insulta i suoi giudici e beatifica un assassino”, “io domani scendo in piazza per protestare civilmente ma fermamente”, “io chiedo conto”, “io faccio sentire la mia voce”, “io dico la verità”, “io chiamo le cose con i loro nomi”.

Non è solo giusto e opportuno. E’ davvero indispensabile.

Perché dopo l’elogio dei mafiosi e il disprezzo della giustizia c’è solo la legge della giungla.

Una inevitabile regressione al mondo animale. Alla barbarie della forza bruta. Alla violenza del “ho il potere e faccio quello che mi pare”.