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venerdì 02/02/2018

Elezioni, giornalisti di FqMillennium si fingono lobbisti. E il tesoriere di Fi spiega come aggirare il tetto alle donazioni

Sul nuovo numero del mensile diretto da Peter Gomez, in edicola da sabato 3 febbraio, l'inchiesta sotto copertura sul finanziamento ai partiti dopo la fine delle erogazioni pubbliche. Due cronisti si sono "travestiti" da emissari di un ricco fondo arabo (inesistente) interessato a una legislazione più favorevole alla sigaretta elettronica. E sono riusciti a incontrare sette parlamentari senza subire alcun controllo né verifica. Fino all'incontro, nel suo ufficio a Roma, con il senatore Messina, che tiene i cordoni della borsa del partito berlusconiano
Elezioni, giornalisti di FqMillennium si fingono lobbisti. E il tesoriere di Fi spiega come aggirare il tetto alle donazioni

Una riunione con Giorgia Meloni per inserire un punto nel programma di Fratelli d’Italia. La garanzia del tesoriere di Forza Italia che la nostra “iniziativa” sarà portata a conoscenza “di tutti i livelli”, che “sicuramente ci sarà un impegno”. E poi comunicati e dichiarazioni di appoggio alla causa.

La politica non è poi così sorda alle istanze degli elettori. È sufficiente ventilare un sostanzioso contributo al partito e fioccano promesse d’ogni tipo. Perché queste cose contano. In pieno delirio da liste elettorali, coi partiti a secco di finanziamenti pubblici, due giornalisti si spacciano per lobbisti in Parlamento. E nessuno se ne accorge. Non solo: dopo quattro giorni di incontri riservati con onorevoli di formazioni diverse escono dai Palazzi della politica trascinando una valigia di promesse. Incontri ravvicinati che racconteremo nei dettagli nel numero di Fq Millennium, in edicola da sabato 3 febbraio (VIDEO – la presentazione del direttore Peter Gomez): 11 pagine d’inchiesta sotto copertura che svelano come funziona il mercato delle leggi. Un viaggio pornografico nelle viscere della democrazia ridotta a slot machine: tu metti una moneta e le cose girano, come vuoi.

Lobbisti per caso. Bastano una manciata di biglietti da visita, un sito farlocco, un taglio ai capelli e il vestito buono. Gli appuntamenti presi con le segreterie dei parlamentari entrano in agenda uno dopo l’altro. Nessuno controlla chi siamo davvero, nessuno fa verifiche sulla Mei Consulting, la finta società di consulenza che abbiamo alle spalle e che – spieghiamo a ogni telefonata – cura gli interessi di facoltosi investitori arabi pronti a lanciare un’operazione nel nostro Paese. È stato sufficiente ventilare l’intenzione di finanziare la campagna elettorale. Allora gli occhi dell’interlocutore di turno s’illuminano, la mano va alla tasca della giacca: “Ecco il mio biglietto da visita. Sentiamoci tra una settimana che vi indico qualche soggetto interessato”. Le porte si aprono, e più in fretta di quanto immaginassimo.

Per fortuna qualcuno che declina ogni interesse c’è, ma il dato incontrovertibile è che dopo l’abolizione del finanziamento pubblico, partiti e candidati sono affamati di contributi privati. E mai come oggi i privati hanno gioco facile ad avvicinare eletti, candidati e tesorieri per promettere loro denaro e sollecitare, in cambio, emendamenti e modifiche di leggi favorevoli a interessi di parte. Perfino se sono rappresentati da lobbisti improvvisati e francamente un po’ improbabili. Nel gran bazar delle leggi il denaro rafforza l’inclinazione all’ascolto degli eletti. Li spinge a ignorare le (poche) regole del gioco democratico.

Un esempio? Dei tanti deputati contattati, alcuni attraverso le loro segreterie altri direttamente, non uno s’è preoccupato di chiederci se i nostri nominativi fossero inseriti nel Registro delle lobby varato in pompa magna dalla Camera due anni fa per regolamentare e contenere l’agibilità dei “portatori di interesse” che sistematicamente tallonano i deputati con istanze d’ogni tipo. Oggi lo possiamo scrivere con cognizione di causa: quel regolamento è fumo negli occhi dei cittadini. Abbiamo fatto i lobbisti senza stare in alcuna corsia, senza incorrere in alcun controllo.

E veniamo agli incontri: in meno di una settimana ci siamo seduti di fronte a quattro deputati e tre senatori. Per prepararci avevamo anche studiato il portafoglio di alcuni fondi sovrani degli Emirati Arabi. Giusto per essere pronti a spiegare da dove viene il denaro che offriamo alla politica e dare credibilità all’operazione pianificata dai nostri clienti. È stato tutto inutile. Nessun parlamentare ha fatto domande, nessuno chiede quel dettaglio in più che ci smaschererebbe, non una domanda sulla provenienza dei soldi. Proventi del riciclaggio? Terrorismo internazionale? Non interessa.

Non lo chiede nemmeno il tesoriere di Fi Alfredo Messina, per anni ai vertici del gruppo Fininvest e di banca Mediolanum. Anzi, opportunamente sollecitato, il senatore s’improvvisa consulente in “erogazioni liberali” al limite: a beneficio del partito, si premura di fornire precise istruzioni su come donare – del tutto legalmente – più dei 100 mila euro consentiti dalla legge. Con anche la certezza di rimanere del tutto anonimi. Già, perché mentre i partiti abolivano il finanziamento pubblico, hanno trovato il modo di mettere sotto segreto quello privato, celando i nomi dei loro benefattori dietro il paravento della privacy. I tesorieri rilasciano l’apposito modulo su cui spuntare la casella “non acconsento”. E non si saprà mai chi ha finanziato chi. Del resto, diceva il senatore Lucio Malan prima di organizzare l’incontro con Messina, “oggi un partito te lo compri con quello che hai in tasca”.


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