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martedì 15/11/2016

Italiani all’estero, il voto vale un caffè. Come clan e partiti s’imboscano i plichi

Dal 2006, centinaia di denunce sulle urne all’estero: i capibastone dilagano dalla Germania all’Argentina

Il prezzo di un caffè, l’offerta più bassa. Raccontò Rosario Cambiano, italiano di Colonia, in Germania, e candidato azzurro alla Camera nella ripartizione Europa: “Se lei venisse nei bar italiani si renderebbe conto di persona. Ci sono tre, quattro clan che chiedono alla gente le buste elettorali e sono tutti di centrosinistra. Dicono: ‘Ti serve la busta che ti è arrivata dal consolato? E dammela dai, che ti offro un caffè’. Ne racimolano non so quante e poi il voto lo scrivono loro stessi”. Era il 2006, la prima volta degli italiani all’estero alle elezioni politiche. Questa testimonianza fu raccolta dal settimanale Tempi in una documentata inchiesta sui brogli sul voto di quell’anno, vinte dall’Unione di Prodi. Il prezzario andava dal caffè agli 8, 30 o 50 euro.

Il flop della “Tremaglia” e l’ira di B. quando perse

Il voto degli italiani all’estero è stata una storica battaglia di Mirko Tremaglia buonanima, repubblichino di Salò e poi esponente di rango della destra missina. Quando però Silvio Berlusconi scoprì di aver perso le elezioni per soli 24 mila voti, sempre nel 2006, la sua prima reazione fu: “Quel coglione di Tremaglia e le sue fisime sulle liste degli italiani all’estero”. Il centrosinistra, infatti, conquistò gran parte dei 18 seggi in palio (12 alla Camera e 6 al Senato). Il povero Tremaglia abbozzò questa eroica difesa, invano: “Bisogna ripetere le elezioni nelle circoscrizioni estere per le irregolarità diffuse: oltre 228 mila aventi diritto, il 10 per cento del totale, non hanno ricevuto il plico elettorale e non hanno potuto votare”.

Le schede di ritorno e i favori alle cosche

La casistica su questi fatidici plichi elettorali è ampia e incredibile. Rivelò un italiano di Bruxelles: “C’è un siciliano che viene contattato ogni volta che c’è una campagna elettorale per portare voti. Una volta l’ho sentito dire ai suoi galoppini: ‘Fate volantinaggio presso tutte queste famiglie italiane e se nelle buche trovate il plico si può prendere’”. Il fenomeno delle schede di ritorno, poi. A inventarlo fu il faccendiere latitante Aldo Micciché, arrestato nel 2012 a Caracas, in Venezuela. Al telefono con Marcello Dell’Utri, storico berlusconiano oggi in galera, Micciché prospettò un affare a Dell’Utri: 50 mila schede in bianco da far tornare in Italia e farle compilare dalla cosca calabrese dei Piromalli, barrando il simbolo di Forza Italia. In cambio soldi, almeno 200 mila euro, e un po’ di favori giudiziari alla temibile ’ndrina, tra cui l’attenuazione del regime duro del 41 bis per un boss.

“Stiamo perdendo, le ho bruciate tutte”

Lo stesso Micciché, nell’aprile del 2008, ammise al telefono, intercettato dall’Antimafia di Reggio Calabria: “Stiamo perdendo, le ho bruciate tutte. Ti dico delle cose molto riservate. Mi sono trovato questa notte a dover, non avevo vie d’uscita, perché non me li potevano consegnare… di distruggerle, chiaro o no?… A Barbara questa notizia devi dargliela in via segretissima, che viene dai servizi di sicurezza”. L’interlocutore del faccendiere era Filippo Fani, collaboratore di Barbara Contini, l’ex governatrice di Nassiriya che nel 2008 si candidò alle elezioni politiche con Berlusconi. A Fani, Micciché spiegò che in Venezuela, i “comunisti” grazie a Chávez “sono meglio organizzati”. Unica soluzione: il rogo. Salutò così Fani: “Ho le ceneri, se volete ve le mando”.

Il senatore eletto dalla ’ndrangheta

Di cosca in cosca. Il senatore Nicola Di Girolamo venne eletto nel 2008 nelle liste del Pdl in Europa. La prima richiesta d’arresto fu, tra l’altro, per falso. Di Girolamo non era residente all’estero, come aveva dichiarato e come prevede la legge Tremaglia: “Ha dichiarato falsamente di essere residente in Belgio, nel Comune di Etterbeek, Avenue de Tervueren n. 143. (…) nel territorio del comune di Etterbeek non esiste alcuna Avenue de Tervueren n. 143. Il Di Girolamo risultava assolutamente sconosciuto all’anagrafe belga”. Nella seconda, fatale richiesta d’arresto Di Girolamo fu accusato di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio e di essere stato eletto in Germania coi brogli della cosca Arena della ’ndrangheta di Isola Capo Rizzuto.

Il “pericoloso” Caselli e i viaggi a dorso di mulo

Nel 2008 fu eletto senatore del Pdl anche l’argentino Esteban Juan Caselli. Uno che a detta di Berlusconi, e abbiamo detto tutto, era “non pericoloso, ma pericolosissimo”, come si legge in un’intercettazione tra B. e il faccendiere Lavitola. Caselli venne denunciato dal suo connazionale Pallaro, il mitico senatore che rimase a casa nel giorno della caduta del secondo Prodi. In Sudamerica, almeno 20 mila plichi finirono nelle mani di Caselli per poi essere spediti in Italia con la sua preferenza, vergata sempre dalla stessa mano. I brogli non hanno risparmiato nessuna delle quattro ripartizioni dell’estero: dal Canada all’Europa, dall’Australia all’Africa. Nel 2006, il responsabile della Corte d’Appello per l’estero, Claudio Fancelli, provò a giustificarsi anche in questo modo: “Va considerato che esistono realtà in cui all’ufficio postale (per spedire le schede in Italia, ndr) ci si reca a dorso di mulo o di cammello. Vi sono quindi situazioni in cui il materiale elettorale è in mano a persone non controllabili”.

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