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domenica 25/03/2018

Forza Italia, “Caro presidente, vaffan…”. E Berlusconi cacciò Romani e Brunetta

La notte del berlusconismo - L’ex Caimano nell’ultimo vertice mattutino s’arrende all’alleato e i due capigruppo perdono le staffe: “Quello lì ormai è rincoglionito...”
Forza Italia, “Caro presidente, vaffan…”. E Berlusconi cacciò Romani e Brunetta

La lunga notte del berlusconismo a Palazzo Grazioli continua con la luce del giorno, di mattina, alla vigilia della domenica delle Palme. Ma Paolo Romani e Renato Brunetta non agitano ramoscelli d’ulivo, segno universale di pace. I loro volti ingrugniti, scorticati dallo stress più che dalla mancanza di sonno, si avvampano di rabbia quando scorgono un comunicato stampa vergato da Silvio Berlusconi.

È la prima stesura della resa dell’ex Cavaliere all’alleato vincitore Matteo Salvini. In pratica accetta Anna Maria Bernini come candidato alla presidenza del Senato. Ci ha riflettuto tutta la notte. “Anna Maria è sempre stata la mia candidata naturale”. Balena finanche il sospetto, fondatissimo, che lo sfregio leghista dell’altra sera, i 57 voti a Bernini, sia stato avallato dallo stesso B., per costringere Romani al passo indietro.

Romani & Brunetta leggono e all’unisono sbottano: “Caro Presidente ma vattene a fare in culo, noi ce ne andiamo e ci facciamo un altro partito”. Immobile nella sua maschera mattutina di Ottuagenario insonne, B. è crudele nella risposta, già riservata ad altri esuli rompitori come Fini o Alfano: “Bene, vorrà dire che senza di voi Forza Italia prenderà il 5 per cento in più”. La coppia di capigruppo si alza e se ne va. Cacciati.

Il loro abbandono genera un equivoco che fa ammattire i giornalisti che presidiano Palazzo Grazioli, poco prima delle dieci. Vedono Romani e Brunetta uscire e pensano che il vertice sia finito. Invece no.

Nella residenza romana, infatti, ci sono ancora una volta Matteo Salvini e Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia, per sua stessa ammissione, si calca sul capo un immaginario casco blu dell’Onu per riportare ordine e armonia. Appena poche ore prima, sul finire del venerdì precedente, il berlusconismo di Romani e Brunetta ha dichiarato rotto il centrodestra. Il casus belli sono i citati 57 voti leghisti a Bernini nella seconda votazione al Senato. E il vertice dopo la rottura, convocato per le nove di mattina, fa presagire un altro colpo di scena.

Pace, non più guerra. Solo che a spuntarla, contro il divisivo e condannato Romani, non è più Bernini. L’accordo tra centrodestra e grillini prevede un doppio sacrificio. Bernini da un lato. Fraccaro dall’altro. Il nome terzo che s’impone è quello di Elisabetta Alberti Casellati da Padova, scelta da Niccolò Ghedini con il consenso di Gianni Letta. Casellati e Ghedini, entrambi di Padova, entrambi avvocati, entrambi esperti di leggi ad personam. È il pragmatismo di Berlusconi. La “roba” innanzitutto. Cade pure la condizione di incontrare Luigi Di Maio per concordare il fatidico nome. Era diventata una questione d’onore, a sentire il sempre energico Brunetta.

Cade tutto, da Romani in giù. L’ex Cavaliere ha capito che il Pd è morente e l’unica garanzia che ha per tutelarsi è rimanere agganciato al vincente Salvini. L’aveva fatto capire durante l’ultima visita del leader leghista ad Arcore. “Caro Matteo, ti presento i miei figli: Marina e Pier Silvio”.

Torniamo sulle promettentissime tracce di Brunetta e Romani. I due vanno al Senato e non fanno dichiarazioni, stranamente. “Non siamo autorizzati a parlare”.

Una volta dentro, però, Romani non si trattiene più coi suoi fedelissimi, che gli chiedono spiegazioni. Ulula Romani, solitamente composto fino all’ultimo capello. Ulula e urla. Con lui c’è anche la figlia del peculato, che usò il suo telefonino da assessore di Monza. “Quello è ormai rincoglionito e bollito”. “Quello” è il Presidente di cui sopra. Silvio Berlusconi.

A Palazzo Madama va in scena la terza votazione. Indi lo spoglio delle schede. Giorgio Napolitano comincia la monotona e lunga litania di “Alberti Casellati” e Romani esce dall’aula, diretto alla buvette a uso e consumo degli avidi giornalisti. E dà soddisfazione Romani, eccome se la dà: “Sono preoccupato. Non ho condiviso queste scelte, non per la mia persona ma per quello che ci aspetta. Ora vediamo cosa accade. Non mi pronuncio, spero di avere torto”.

Lui e Brunetta volevano la rottura totale con i Cinquestelle e prendersi il Senato e basta. Lo spoglio finisce e Salvini ritorna a Palazzo Grazioli per festeggiare. C’è Dudù che abbaia come posseduto. B. a Salvini: “Mi fido di te”. Alla Camera, alcuni deputati azzurri minacciano di raccogliere firme contro la conferma di Brunetta a capogruppo. L’energico “Renato” risponde a tono: “State sereni, sono io che non lo voglio fare più”. Al suo posto Gelmini. Al Senato, Bernini sostituirà Romani. Forza Italia quasi non esiste più. Solo macerie. Nascerà Lega Italia?

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Ricorsi rigettati e pene confermate: Gianpaolo Tarantini è stato condannato ieri dalla Suprema Corte a 1 anno e 8 mesi per cessione di droga. Assieme a lui sono stati condannati Massimiliano Verdoscia e Alessandro Mannarini – accusati anche di trasporto di sostanze stupefacenti – che dovranno scontare 4 anni e 4 mesi. I fatti si riferiscono all’estate 2008, quella dei coca-party in Sardegna e delle feste con escort nelle residenze di Silvio Berlusconi. Tutti e tre i condannati, comunque, eviteranno il carcere. Tarantini sta scontando una condanna definitiva per bancarotta con l’affidamento ai servizi sociali e la nuova pena (20 mesi di cui 8 già scontati), sommata alla precedente (2 anni e 11 mesi) non supera comunque il limite previsto per ottenere la misura alternativa. Anche Mannarini e Verdoscia, che avevano già trascorso circa 6 mesi tra carcere e domiciliari, potranno scontare la pena residua in altro modo. Per la stessa vicenda avevano già patteggiato negli anni scorsi i due fornitori dello stupefacente, gli spacciatori baresi Onofrio Spilotros (1 anno e 8 mesi di reclusione) e Nico De Palma (3 anni di reclusione).

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