C’è una domanda che, in questi giorni, sorge spontanea: “Di Maio, ma che ti ridi?”. Da quando è divenuto imminente il Salvimaio, il leader del Movimento 5 Stelle ostenta un entusiasmo che pare appena esagerato. E forse perfino immotivato. Si dirà: “Sta per andare al governo, come fa a non essere felice?” Vero. Forse però sarebbe il caso di attendere un po’ prima di fare i cortei e dirsi (da soli) che “qui stiamo facendo la storia”.

Come direbbero i gggiovani: “Anche meno, Di Maio. Anche meno”. Stai parlando al tavolo con Casalino e la Castelli, non è che sei alla conferenza di Yalta con Churchill, Roosevelt e Stalin. Ci sono almeno tre motivi per cui Di Maio dovrebbe misurare questo smodato orgasmo politico. Il primo è che il M5S ha più voti e quindi parlamentari della Lega, ma la Lega è molto più scaltra dei 5 Stelle. La storiella della Lega “nuova Gioventù hitleriana” è una bischerata totale, che fa comodo a una certa gauche caviar per indurre a votare Renzi come argine alla democrazia (buonanotte).

La Lega governa già in Lombardia, Veneto, Friuli e non solo, dove non ci risulta si registrino sospensioni democratiche. Proprio perché governa già da decenni, è molto più esperta di Di Maio & soci: Salvini fa politica da quando è nato, Giorgetti da solo mastica politica più di tutto il M5S messo insieme. Tutto questo, se da un lato può aiutare i 5 Stelle a governare, dall’altro li espone al rischio di essere turlupinati da un momento all’altro.

Il secondo motivo è che questa (all’apparenza) corrispondenza d’amorosi sensi tra M5S e Lega suona sin troppo sbandierata. Chi ha buona memoria ricorda cosa dicevano Di Maio e Di Battista, e non solo loro, di Salvini e Lega: capiamo che il Rosatellum imponga convergenze, e chi scrive ha sempre detto che con questi numeri il Salvimaio fosse il male minore (purché breve e chiaro), ma tra il varare un governo d’emergenza e il sentirsi di colpo uguali a Borghezio c’è un mondo. Quando le tante divergenze tra M5S e Lega esploderanno, cosa dirà Di Maio? Il terzo motivo è che i 5 Stelle sono quelli che hanno più da perdere. Hanno un elettorato più esigente, hanno alimentato per quasi dieci anni l’idea di essere diversi (anzitutto sulla questione morale).

Non c’è nulla di male nel governare con la Lega: per un po’ potrebbe persino funzionare. Per far meglio di Boschi e Alfano, del resto, basta poco. I pericoli sono però enormi per i 5 Stelle. Salvini rischia poco: mal che vada, torna con Berlusconi e al prossimo giro stravincono. Per Di Maio no: lui ha tutto da perdere. Non potrà ricandidarsi se il governo durerà più di un pensiero forte di Gasparri, e quindi si gioca tutto. Soprattutto: se pur di governare annacquerà oltremodo il programma, sarà finito tanto lui quanto il M5S. Se i 5 Stelle flirteranno coi berluscones, saranno morti: un Salvimaio per cause di forze maggiore è tollerabile, un Grillusconi proprio no. Se dimostreranno che stare accanto ai Calderoli non è un’emergenza bensì una liaison sentimentale, saranno morti. Se rinunceranno alla questione morale, saranno morti. Eccetera.

Di Maio avrà il coraggio di far saltare tutto – cioè addio Salvimaio e voto subito – se il governo gli parrà un governicchio, oppure la voglia di andare al governo unita al fascino delle poltrone rivelerà un’ambizione sfrenata per nulla dissimile da quella degli “altri”? Il ragazzo è dotato e tutt’altro che stupido, ma rischia di sopravvalutarsi politicamente se pensa di essere più furbo del centrodestra. Forse sarebbe il caso che Di Maio si togliesse dalla faccia quel sorriso perenne: il difficile, per lui, comincia adesso.