La legge elettorale e il Colle a destra: il disegno di Meloni
Martedì le agenzie segnalavano che alla prima scadenza utile per la presentazione delle proposte di modifica in aula sulla legge elettorale, il centrodestra aveva depositato “solo tre limature tecniche al testo”. Refusetti, lapsus calami o al massimo, con una parola inglese che serve a mistificare, emendamenti di puro drafting (la stesura formale del testo). In realtà le cose non stanno proprio così.
Lo si capisce leggendo la pagina 87 del dossier del Servizio studi della Camera relativo alla proposta di legge che porta il nome di Galeazzo Bignami (rimpiangeremo Calderoli?) e che segnala: “Probabilmente per un mero errore materiale, nel testo della proposta di legge approvata in Commissione in sede referente, non è presente una parte della disciplina relativa alle operazioni dell’Ufficio centrale nazionale finalizzata alla distribuzione dei seggi alle coalizioni e alle liste in caso di superamento del numero massimo di seggi ottenuti dalla coalizione o lista maggioritaria. Tale procedura era, invece, regolata nel testo originario della proposta di legge”.
Sostanzialmente si sono persi per strada un pezzo, che riguarda la ripartizione dei seggi nel caso di una “stravittoria”, cioè se la coalizione vincente, sommati i 70 seggi del premio, sfonda il tetto dei 220: in quel caso bisogna sottrarle seggi e ridistribuirli con due quozienti diversi, uno di maggioranza e uno di minoranza.
Il nuovo testo, al comma 1-ter, conserva le lettere a) e b) – il calcolo dei due quozienti e il riparto nazionale – ma per strada ha perso le lettere c), d) ed e) che stabilivano come i seggi di ciascuna coalizione si spartiscono tra le liste che la compongono, come quei seggi scendono dal livello nazionale nelle circoscrizioni e come nelle circoscrizioni si ripartiscono tra le liste collegate.
Vero: è complicato, ma questo dipende dal fatto che i sistemi elettorali sono diventati opere di alta ingegneria, volutamente astrusi, cuciti sui sondaggi, scritti per penalizzare uno o l’altro (sia della propria parte che di quella avversa), senza nessun rispetto per le regole della democrazia e dunque del popolo. Più che interpellare i cittadini, le leggi elettorali vogliono turlupinarli. E la loro progettazione è spesso affidata a gente che non sa farsi il nodo ai lacci delle scarpe.
Ma l’errore materiale, come il Dossier chiama questo approssimativo copiaincolla, è figlio della “tagliola” nella discussione degli emendamenti, decretata il 24 giugno dal presidente della Commissione Nazario Pagano per far arrivare la proposta di legge il 26 in Aula, che ha tagliato un pezzo di legge. Dunque avremo un Melonellum quater, e le Camere devono ancora iniziare.
Questa storiella di fretta e sotterfugi regolamentari spiega parecchie cose, soprattutto se letta in combinato disposto alle dichiarazioni della presidente Meloni sul Colle (“Penso che il fatto che in Italia non ci sia mai stato un presidente della Repubblica che non fosse di centrosinistra sia un’anomalia. Credo che si possa lavorare per superare questo tabù”).
Al di là delle “sviste” storiche (come ha notato Michele Serra nella sua Amaca, sette presidenti della Repubblica su dodici – De Nicola, Einaudi, Gronchi, Segni, Leone, Cossiga, Scalfaro – certo non erano di sinistra) è chiarissimo a cosa serve davvero la legge elettorale: a mettere le mani sulle istituzioni di garanzia, così finalmente chi vince prende davvero tutto tutto.
E se è vero che perfino in un sistema costituzionale molle – come sono gli Stati Uniti, in cui a suon di ordini esecutivi il presidente della Repubblica può fare tutto – le istituzioni di garanzia a volte funzionano impedendo modifiche sostanziali (la Suprema corte ha bocciato il provvedimento con cui Trump voleva abolire lo ius soli), è altrettanto vero che i potenziali danni di un esecutivo onnipotente, che governi anche il Colle e la Consulta, sono enormi.