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Tiziana Siciliano, va via la “pm gentile” di Grattacieli sporchi

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Se ne va sul più bello, ma queste sono le regole. Oggi, giorno del suo compleanno, Tiziana Siciliano lascia il suo ufficio di procuratore aggiunto a Milano, al quarto piano del Palazzo di Giustizia dove nacque Mani pulite. Come coordinatrice del dipartimento che si occupa di reati contro la Pubblica amministrazione, di Mani pulite è stata in qualche modo l’erede.

Ora lascia a metà le indagini su Grattacielo selvaggio, che si è trovata a sviluppare dopo gli esposti dei cittadini che protestavano contro i palazzi tirati su senza regole dentro il cortile di casa. Con grande impegno, ha affrontato e studiato un argomento, quello dell’urbanistica, poco coltivato nel Palazzo milanese; ha affiancato i suoi pm, soprattutto Marina Petruzzella, Paolo Filippini e Mauro Clerici; ha chiamato come consulenti della Procura importanti giuristi e urbanisti. In pochi mesi, la sua squadra ha ribaltato la situazione, passando dalla fase in cui Comune e costruttori dicevano che avevano fatto tutto per bene e che erano le leggi a essere confuse e contraddittorie, alla fase in cui Cassazione e Consiglio di Stato hanno confermato la linea della Procura e il Comune ha finalmente cambiato le norme bislacche del Rito Ambrosiano ed è tornato a seguire la legge. Sopra l’ormai consolidato filone dei reati urbanistici, la “squadra Siciliano” ha aperto il filone dell’abuso d’ufficio (ormai abrogato) e della corruzione, che sarà valutato nei prossimi mesi.

“Applico la legge e sono devota alla Costituzione”: questo il suo mantra. Ora avrà più tempo per i viaggi, sua grande passione. Nella sua storia di magistrato, ha sempre dimostrato uno spirito laico più forte delle ideologie. Nel 1998 da Pm chiese l’assoluzione, invece che la condanna, per un padre accusato di abusi sulla figlia. Si era convinta, controcorrente, che “il mostro” fosse innocente. Finì sotto procedimento disciplinare davanti al Consiglio superiore della magistratura, spiegò le sue ragioni, fu prosciolta. Avviò una serie di inchieste sulla sanità privata in Lombardia, contestò a una decina di cliniche e ospedali (che letti di fila sembravano una litania: San Giuseppe, San Donato, Santa Rita…) di aver incassato milioni di soldi pubblici per prestazioni del tutto o in parte non eseguite. Seguirono arresti e condanne per truffa ai danni dello Stato. Fece arrestare e condannare il primario della “clinica degli orrori” che eseguiva interventi chirurgici inutili o addirittura dannosi solo per incassare i rimborsi del Sistema sanitario nazionale. Il suo capolavoro giuridico è stato la decisione presa sul processo Ruby tre: ricorrere non in appello, ma subito in Cassazione (“per saltum”) contro una assoluzione a Silvio Berlusconi e alle ragazze che partecipavano alle sue feste, accusati di corruzione in atti giudiziari. I fatti sono provati, diceva la sentenza, ma le ragazze non potevano essere processate perché non “testimoni” bensì “imputate in reato connesso”: la Cassazione ha dato ragione a Siciliano e al suo pm, Luca Gaglio, l’assoluzione è stata cancellata e il processo dovrà essere ripetuto.

Il momento forse più intenso della sua carriera fu invece quando chiese l’assoluzione per Marco Cappato, accusato di aver aiutato a morire con dignità Fabiano Antoniani, Dj Fabo. “In altri ordinamenti, il pubblico ministero è l’avvocato dell’accusa. Non da noi: io mi rifiuto di essere l’avvocato dell’accusa, io rappresento lo Stato. E lo Stato è anche l’imputato Marco Cappato”. Così Tiziana Siciliano ne chiese l’assoluzione, con la formula “perchè il fatto non sussiste”, o l’invio degli atti del processo alla Corte costituzionale per valutare la legittimità dell’articolo del codice penale che prevede il reato di aiuto al suicidio. La Consulta ne dichiarò l’illegittimità costituzionale nella parte in cui non prevede un’esclusione di punibilità per chi aiuta una persona (come Fabo) tenuta in vita contro la sua volontà e con sofferenze intollerabili. Era il viatico per una legge più umana, che il Parlamento non ha ancora realizzato.

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