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Libertà di stampa, ora l’Italia è peggio di Tonga e Gambia

4 Maggio 2022

Diciassette posizioni perse in un anno. Una discesa impressionante che nella nuova classifica mondiale della libertà di stampa stilata da Reporters sans frontières colloca l’Italia al 58esimo posto, persino dopo Paesi come la Macedonia del Nord, Gambia, Tonga e Burkina Faso. A partire dal 2016 l’Italia, allora situata in settantaseiesima posizione, era costantemente migliorata. E lo aveva fatto pure negli ultimi due anni quando, anche di fronte agli attacchi fisici di gruppi neofascisti e negazionisti sommati a quelli verbali di simpatizzanti del Movimento 5 Stelle, il nostro Paese aveva guadagnato due posizioni (41esimo posto contro il 43esimo). Oggi il tonfo.

Nei questionari anonimi inviati ai cronisti e utilizzati per stilare la classifica rispetto al passato c’è una novità. L’Italia è finita tra i Paesi considerati a “situazione problematica” anche perché nelle redazioni vince l’autocensura. Sempre più spesso, sebbene i giornalisti “godano di un clima di libertà”, non si pubblica “per conformarsi alla linea editoriale della propria testata”. Poi, come sempre, la penna resta a volte nel taschino anche per timore delle querele, delle minacce delle mafie o di gruppi estremistici. Una costante per un Paese in cui la diffamazione non è ancora stata depenalizzata a causa “di un certo grado di paralisi legislativa” e molti cronisti sono costretti a vivere sotto scorta.

La questione delle linee editoriali è però centrale. Perché va letta in parallelo con la crisi economica e la crisi di vendite dei quotidiani cartacei. Il World press freedom index di Reporters sans frontières non lo spiega. Ma quello che sta accadendo nei media italiani è piuttosto chiaro. Visto che la maggior parte delle testate è in perdita, anche di molte decine di milioni di euro, i direttori e le redazioni sono sempre meno liberi. Intendiamoci, in un sistema capitalistico è perfettamente normale che l’editore concordi con il direttore quella che sarà la linea della testata di cui è proprietario. Ma finché il giornale è in utile e anzi garantisce al “padrone” incassi record, come accadeva in passato, le redazioni e le direzioni avranno sempre margini di manovra. Le notizie anche scomode per l’editore o i suoi amici avranno possibilità di essere pubblicate perché servono per garantire introiti e vendite. È difficile cacciare chi ogni giorno ti rende un po’ più ricco.

Tutto cambia, invece, se i gruppi editoriali sono in perdita. A quel punto il posto di lavoro del direttore e dei redattori dipende tutto dalla benevolenza di chi continua a ripianare il rosso. E se un editore decide di aprire il portafoglio nonostante non abbia possibilità di recuperare gli investimenti significa che quella testata deve continuare a esistere solo perché gli serve per altro: ad esempio influenzare la classe politica locale e nazionale per ottenere leggi o provvedimenti favorevoli (spesso i nostri editori sono industriali, finanzieri, proprietari di cliniche, costruttori); per attaccare concorrenti o amministratori pubblici; per blandire chi potrebbe fare dei favori. Così, capita l’antifona, il giornalista o il direttore che teme di perdere il proprio stipendio si mette al vento e vince l’autocensura. Se a tutto questo si aggiunge “una precarietà crescente” sommata alla dipendenza “dagli introiti pubblicitari ed eventuali sussidi statali” ecco che si arriva all’oggi: a testate la cui linea editoriale prescinde totalmente dal pensiero dei sempre più esigui lettori. Benvenuti in Italia.

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